Lei è femminista? «Io sono una donna libera», rispose Brigitte Bardot a Costanzo Costantini, che l’aveva incontrata nella primavera del 1963, quando era scesa a Roma per le riprese de “Il disprezzo” di Godard. Il termine femminismo non le piaceva. E a chi insisteva nel definirla un’egeria di quel movimento, diceva di preferire il “mascolinismo”.
Di certo, nella storia del femminile, c’è stato un “avant” e un “après” Brigitte Bardot, che ci ha lasciato ieri all’età di 91 anni. «I suoi film, la sua voce, la sua gloria abbagliante, le sue iniziali, i suoi dolori, la sua generosa passione per gli animali, il suo volto diventato Marianne: Brigitte Bardot incarnava una vita di libertà. Un’esistenza francese dallo splendore universale. Ci toccava nel profondo. Piangiamo una leggenda del secolo»: così ha scritto il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ricordando BB.
Come ha sottolineato a ragione Giampiero Mughini, il “bardottomane” d’Italia, «ha fatto più lei perla liberazione e l’emancipazione delle donne che non tutti i convegni più o meno stucchevoli delle femministe in carriera di questi ultimi trent’anni». E lo ha fatto in un periodo in cui le libertà, per una donna, erano tutte da conquistare. La sua irruzione sulla scena, con la sua aria di sfida, la sua allegra impudicizia, il suo atteggiamento disinibito, demolì l’immagine della donna che esisteva fino ai primi anni Cinquanta. «La donna europea si riappropriava attraverso BB della sua superiorità, di fronte alle bellezze tipicamente americane», scriverà Beppe Piroddi, il grande compagno di avventure tropeziane di Gigi Rizzi, l’eterno fanciullo della provincia italiana che passò l’estate del ’68 proprio nell’alcova di BB. La Bardot era la «dea di cui aveva bisogno un’epoca priva di dei», secondo Jean Cocteau, la diva che si vestiva da antidiva, stella acqua e sapone che non aveva bisogno di truccarsi per scintillare, l’unica che poteva permettersi di andare in pantaloni all’Eliseo, da Charles de Gaulle, e fare una gran figura.










