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Spaccatura fra l’ala più mite del presidente Pezeshkian e l’ala dura del Pasdaran Vahidi
Continua a negare contatti diretti con gli Stati Uniti, definisce «irragionevoli ed eccessive» le proposte di accordo in 15 punti avanzate da Washington. Poi minaccia tramite il suo esercito di voler attaccare le residenze di politici americani e israeliani in Medioriente. Infine avverte che il Parlamento di Teheran, sta valutando il ritiro dal Trattato di non proliferazione nucleare, «a causa dell'approccio irresponsabile dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica e del comportamento distruttivo degli Stati Uniti», pur sostenendo di «non voler acquisire armi nucleari».
Alla quinta settimana di conflitto, la Repubblica islamica sembra non voler cedere di un millimetro, nonostante i costanti e ripetuti attacchi di Israele e Stati Uniti, nonostante gli avvertimenti di Donald Trump pronto a colpire centrali elettriche, pozzi petroliferi e l'isola di Kharg in caso di mancata intesa e nonostante i messaggi indiretti che proprio Teheran sta scambiando con Washington tramite il Pakistan. La partita si gioca su due piani. Da una parte le dichiarazioni ufficiali, spesso belligeranti, dall'altra la trattativa mediata, con Trump che ha parlato di «progressi» nei negoziati e annunciato che Teheran avrebbe garantito da ieri il passaggio di altre 20 petroliere da Hormuz. Per discutere dello Stretto e della fine del conflitto oggi il vicepremier e ministro degli Esteri di Islamabad, Ishaq Dar, sarà a Pechino dopo la riunione di domenica tra i capi delle diplomazie di Pakistan (Paese ospitante) Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.






