Comincia a perdere qualche colpo anche quello che sembrava essere il più potente dei motori di propulsione dell’oro: quello degli acquisti delle banche centrali. Alcuni dei Paesi che avevano accumulato riserve auree con maggiore foga negli ultimi anni – la Russia, la Turchia e la Polonia – hanno cominciato a vendere (è il caso di Mosca) oppure stanno valutando di farlo: Ankara per difendere la lira, Varsavia per finanziare il budget per la difesa.

Il cambio di orientamento è stato notato da alcuni analisti, che hanno segnalato come il fenomeno – quanto meno nel breve termine – potrebbe diffondersi. Ed è possibile che tutto ciò abbia influenzato una parte degli investitori, in una fase di mercato in cui l’oro ha smesso di brillare.

La correzione di prezzo del metallo giallo – sperimentata proprio durante la guerra nel Golfo Persico, in apparente contraddizione con la sua fama di bene rifugio – si sta rivelando pesante. L’oro si è ormai allontanato di quasi il 25% dal record storico di 5.594, 82 dollari l’oncia stabilito solo a fine gennaio: una retromarcia con cui ha cancellato i rialzi da inizio anno ed è entrato tecnicamente in una fase “orso”. Oggi le quotazioni si sono stabilizzate intorno a 4.425 dollari sul mercato spot londinese, in lieve rialzo. Ma in precedenza erano scese (e in qualche caso crollate) per nove giorni consecutivi. Da quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, lo scorso 28 febbraio, il lingotto ha lasciato sul terreno il 14% e la scorsa settimana – con un ribasso superiore al 10% – è stata addirittura la peggiore da febbraio 1983.