Roma, 22 mar. (askanews) – Di fronte all’instabile contesto geopolitico e all’imprevedibilità dell’amministrazione Usa guidata da Donald Trump, in Cina il dibattito sulla dimensione “ottimale” delle riserve valutarie è tornato d’attualità, ma il punto vero non è se Pechino debba vendere domani una quota dei suoi Treasury Usa. La questione, molto più strategica, è se la seconda economia del mondo possa continuare a reggersi su un modello in cui accumula enormi attività in valuta estera come polizza assicurativa, mentre allo stesso tempo vuole trasformare lo yuan in una moneta più usata negli scambi, negli investimenti e, col tempo, anche come riserva internazionale.
Un recente rapporto dell’International Monetary Institute della Renmin University riparte da questa contraddizione. La tesi è che, in una fase iniziale, riserve molto abbondanti aiutano a difendere la stabilità finanziaria e a sostenere la credibilità della moneta. Ma una volta che lo yuan guadagna terreno fuori dalla Cina, riserve troppo grandi possono diventare controproducenti: immobilizzano capitale in attività estere poco redditizie, mantengono alta la dipendenza dai mercati in dollari, rallentando il processo d’internazionalizzazione che Pechino dichiara di voler accelerare.






