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Ultimo aggiornamento: 7:59
Mettendo a confronto De Morte di Ottiero Ottieri (Utopia Editore) e Un’educazione milanese di Alberto Rollo (Ponte alle Grazie), si scopre un filo rosso, sottile ma tenace, che li lega: entrambi sono il tentativo (riuscito) di fare i conti con l’inadeguatezza dell’essere umano di fronte al grande tema della vita e, soprattutto, della sua fine.
Ottiero Ottieri (già noto per i suoi romanzi aziendali e per l’indagine impietosa sulla nevrosi borghese) con questo De Morte ci consegna un testo che non è tanto un romanzo, quanto un lunghissimo, ossessivo e lucidissimo pamphlet sull’ipocondria come filosofia di vita. Il protagonista, un alter ego dello scrittore, è un borghese benestante, colto, un uomo che ha tutto tranne la serenità, e che vive la propria esistenza come una preparazione metodica all’inevitabile. Ottieri prende l’ansia e la smonta pezzo per pezzo, la osserva al microscopio, la rende patologica e, per questo, universale. La paura della morte non è qui una nobile angoscia esistenziale, ma una fastidiosa, quotidiana nevrosi che si manifesta in mille disturbi psicosomatici, in una continua auto-diagnosi, in una ricerca spasmodica (e tragicomica) di rassicurazioni.






