Il 31 marzo è la Giornata internazionale della visibilità transgender. Ma la visibilità conquistata è spesso una visibilità negata: uno sguardo che non riconosce, ma giudica; una narrazione che non ascolta, ma etichetta; un dibattito pubblico che trasforma le persone in simboli astratti.

Christian Ballarin, 48 anni, torinese, lo dice con chiarezza quando parla del suo percorso: “Il problema non era ciò che sentivo, ma il fatto che gli altri non lo capissero e mi rimandassero segnali opposti”. Uno scarto che attraversa molte vite trans: ciò che si è non coincide con ciò che viene riconosciuto. Non è invisibilità, è il contrario - è l’esposizione a uno sguardo che nega, respinge, semplifica. Il 31 marzo, dunque, non celebra solo un diritto conquistato. Testimonia anche una fatica ancora presente: quella di esistere in uno spazio pubblico che continua a non sapere come guardarti.

Quando l'identità precede le parole

Il momento più difficile, spiega Ballarin, arriva con la pubertà. "È come se il corpo ti tradisse". Ma prima ancora del corpo, pesa il perimetro sociale. "In una società profondamente binaria vieni confinato dentro un ruolo – maschio o femmina – con aspettative precise. Alcune cose da te sono previste, altre no. E sei costretto a uniformarti. Quando non rientri in uno dei generi riconosciuti, è lì che iniziano i problemi".