Il fantasma della deindustrializzazione aleggia in Germania. Il fenomeno è al centro del dibattito. Il quotidiano Frankfurter Allgeimeine Zeitung (FAZ), molto letto negli ambienti che contano e punto di riferimento dell’establishment tedesco, ne parla apertamente in un articolo di ieri. Toni misurati ma netti. Dal 2017, in termini di valore aggiunto, la diminuzione è stata pari al 7,5%. Può sembrare una variazione statistica da nerd fissati con i numeri. Ma vista in termini di perdita di occupazione il dato fa un po’ più impressione. Sono andati infatti persi mezzo milione di posti di lavoro nel settore manifatturiero. A perdere colpi è soprattutto l’export, spina dorsale da sempre della crescita tedesca.

Un modello che gli economisti chiamano export led. Dal 1980 le esportazioni tedesche hanno sempre superato il tasso di crescita dell’economia mondiale. Dal 2020 qualcosa si è rotto. Si sono svegliati i tedeschi. Credevano di aver trovato un nuovo mercato in Cina. Ma anche dalle parti della fondazione Bertlesman sono costretti ad ammetterlo. L’esportazione delle auto da quelle parti si è ridotta della metà ed “occorre trovare nuovi mercati di sbocco”. I tedeschi non si arrendono neppure di fronte alle evidenze.