Simon Reynolds, famoso critico musicale, autore di Retromania, spiega perché il grande successo della serie ha contribuito a fare degli 80 un rimpianto collettivo. “Non racconta la vita reale, si tratta di un gioco che mostra soltanto gli aspetti più spettacolari della cultura pop del tempo”. E infatti incanta soprattutto chi non l’ha vissuto

di Marco Grieco

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Non esiste serie più ossessionata dal passato di Stranger Things. Quella creata nel 2016 dai fratelli Matt e Ross Duffer è tra le produzioni Netflix più viste di sempre. Con le sue cinque stagioni, che coprono dieci anni di streaming, non solo ha fatto conoscere l’estetica e l’immaginario degli anni 80 alle ultime generazioni, ma le ha convinte a tal punto da scatenare una nostalgia atipica visto che loro, in quel periodo, non erano nemmeno nati. Quando Simon Reynolds, uno dei più importanti critici musicali contemporanei, scrive Retromania (minimum fax, 2011), la serie è ancora un’idea embrionale nella mente dei Duffer. Oggi, però, il saggio sulla nostra ossessione per la cultura pop del passato è più attuale che mai. E gli anni 80 evocati da Stanger Things sono un chiaro sintomo del rimpianto collettivo per un’età felice da rievocare nei prodotti culturali di massa, come in un riflesso pavloviano. Reynolds lo spiega in questa chiacchierata con d.