“Quanto vale un’infanzia perduta?”È la domanda che ha posto l’avvocato Mark Lanier ai dodici giurati al termine della sua arringa difensiva nel caso che ha visto una ragazza citare in giudizio Meta e Google per i danni causati dai loro servizi alla sua salute mentale. La risposta è rimasta sospesa per 40 ore e 9 giorni nella camera di consiglio del Tribunale di Los Angeles, ma alla fine il verdetto è arrivato all’unanimità e la giuria non ha perso l’occasione per rispondere con una sentenza che definire storica non è sensazionalismo.Una decisione presa all’unanimità che gli avvocati di tutto il mondo aspettavano da anni. Che i social network creassero dipendenza era sotto gli occhi di tutti, ma nessuno era mai riuscito a dimostrare in tribunale il nesso di causalità tra feed algoritmici e stati depressivi, autolesionismo e dismorfismo. Lo ha fatto una ragazza, oggi ventenne, che da quando aveva nove anni era iscritta a Instagram e in udienza ha raccontato che non riusciva a staccarsi dai social network, che controllava anche di notte.La ragazza, nome di fantasia Kaley, avrà 3 milioni di dollari di risarcimenti danni da Meta e Google, destinati ad aumentare perché la giuria dovrà pronunciarsi ancora in via definitiva sul danno. Il risarcimento sarà così ripartito: 2,1 milioni verranno dati da Meta e 900mila dollari da Google.Quello di Los Angeles è un processo che ci riguarda tutti e che dal punto di vista legale apre varchi per cause analoghe in tutto il mondo.Finora i Big Player avevano sempre trovato un accordo con le “vittime” evitando di avere precedenti che avrebbero potuto costituire una causa pilota, appunto. Questa volta Meta e Google non hanno voluto scendere a patti. Snapchat e Tiktok sì, convinti probabilmente di un esito favorevole che invece non è arrivato.Un mese di udienze, documenti riservati, consulenze ingegneristiche e psicologiche hanno alla fine stabilito un principio giuridico di fondamentale importanza. Secondo la conclusione del tribunale, i social network hanno intenzionalmente creato dipendenza, soprattutto nei più giovani, per generare profitto, consapevoli dei danni che stavano provocando.Crolla il copione dei rappresentanti dei social che a convegni di tutto il mondo recitavano il solito mantra: facciamo tutto il possibile per la sicurezza dei nostri utenti. Non era vero, lo sapevamo, ma non eravamo finora riusciti a dimostrarlo.Una difesa che non regge piùPer anni i social network negli Stati Uniti si sono barricati dietro la falsa cortina di impunità dettata dalla Sezione 230 del Communications Decency Act che però in questo processo non c’entra granché. Non è entrata in gioco la responsabilità sui contenuti dei social, ma è stata messa al centro del processo la responsabilità algoritmica, le misure di sicurezza idonee che i titolari dei dati devono mettere in atto per proteggere i loro utenti.Dal 2024 anche in Italia è pienamente in vigore il Digital Services Act, il regolamento europeo che ha come obiettivo proprio quello di rafforzare le tutele per gli utenti della Rete, soprattutto i più vulnerabili. Non è un caso che la Commissione Europea nelle sue conclusioni preliminari del 6 febbraio scorso ha stabilito che TikTok violi il Digital Services Act per il suo “design” che induce il cervello degli utenti, soprattutto minorenni, ad attivare la funzione “pilota automatico”, entrando nel vortice degli scroll infiniti che creano ansia, depressione, in una parola dipendenza (TikTok ha respinto le accuse, ndr). Le sanzioni in questo caso potranno arrivare fino al 6% del fatturato annuo.Non c’entra la libertà di espressione dei social, la questione giuridica è diversa. Si tratta di mettere sul mercato prodotti che non siano pericolosi e che non siano rischiosi per la vita, soprattutto dei più piccoli. Quando è entrato in vigore l’obbligo di usare le cinture di sicurezza in macchina, l’industria dell’auto non è fallita, ma si è adeguata. Lo stesso vale per i social network che da oggi in poi dovranno cambiare rotta, a partire dal sistema di riconoscimento dell’età di chi si iscrive.L’articolo 54 del Digital Services Act stabilisce che gli utenti hanno il diritto di chiedere un risarcimento ai fornitori di servizi di intermediazione “per qualsiasi danno o perdita subita a causa di una violazione degli obblighi previsti dal presente regolamento”. È chiaro, allora, come il precedente di Los Angeles avrà un’importanza per le cause di tutto il mondo, segnando di fatto la fine di un’era di impunità dei social. Kayle ha sconfitto i giganti e lo ha fatto mostrando in aula un cupcake bello, dolce, colorato invitante. Ma se al suo interno chi lo produce avesse inserito qualcosa di pericoloso anche in piccola quantità senza dirlo a chi lo sta mangiando? Cosa sarebbe successo? L'esito lo conosciamo già.[Il riferimento legale è a: Tribunale di Los Angeles, sentenza del 25 marzo 2026, causa n° JCCP 5255].
Meta, Google e le altre piattaforme social rischiano una valanga di cause in tutto il mondo dopo il verdetto sui danni causati dai loro servizi
La sentenza di Los Angeles abbatte la difesa dietro cui si erano trincerate le Big tech e impone loro di ripensare gli strumenti a tutela delle persone più fragili












