Il caso del cardinal Pizzaballa, al quale la polizia israeliana ha impedito di celebrare messa al Santo Sepolcro nella Domenica delle palme, è un incidente a doppio taglio: perché sì, le autorità israeliane si sono mosse con sciatteria, senza pensare che la macchina della propaganda pro-Pal avrebbe sfruttato a suo favore l’errore (non a caso l’unica guerra che ha perso Gerusalemme è quella dell’informazione) e alla fine questa storia ha il triste effetto di mostrificare gli ebrei nella Settimana Santa dove i cristiani celebrano la morte e la resurrezione di Gesù, un ebreo nato in Giudea, a Betlemme, figlio di Maria e Giuseppe di Nazareth, che fuggono in Egitto per salvare dalla persecuzione il figlio (così racconta il Vangelo secondo Matteo) che tornò in Galilea, studiò la Torah e pregò nelle sinagoghe.
Il significato di questi giorni, anche per i non credenti, per l’Occidente di cui Israele fa parte, è prezioso, è lo spazio fisico e metafisico in cui viviamo, la maggior parte inconsapevole della forza del grande fiume della storia che dalle origini arriva fino a noi. Tutti sono protagonisti nel tempo del presentismo: Pizzaballa ha protestato, pregato e poi parzialmente ammorbidito i toni (un abilissimo retore), i politici di destra e di sinistra hanno condannato Israele senza possibilità d’appello, tutti hanno riscoperto il valore della fede, della libertà di culto, anche sotto le bombe, come nelle basiliche di Londra durante i raid dei tedeschi nella Seconda guerra mondiale. E mentre leggo la vibrante protesta dei politici e il disastro di comunicazione di Israele, ricordo che durante la crisi del Covid in Italia furono vietate le messe, ai cattolici fu impedito di andare in chiesa, tutti docilmente obbedirono e il buon Dio abbia pazienza.













