“Più carne, meno demenza”. È il classico titolo che attira clic ma tradisce il senso della ricerca. Il nuovo studio è interessante, soprattutto perché apre il tema della nutrizione personalizzata, ma non autorizza svolte drastiche a tavola né tantomeno a riscrivere da zero le linee guida. Un lavoro pubblicato su Jama Network Open ha seguito per fino a 15 anni 2.157 anziani svedesi senza demenza all’inizio dello studio, valutando dieta, traiettorie cognitive e comparsa di demenza. L’idea dei ricercatori era verificare se il rapporto tra consumo di carne e salute cognitiva cambiasse in base al genotipo ApoE, il più importante gene associato al rischio di Alzheimer.

Lo studio

In particolare si sono concentrati sui portatori di alcune varianti di ApoE cioè ApoE3/4 e ApoE4/4. Il risultato che ha fatto discutere è questo: tra i portatori di queste varianti, chi consumava più carne totale mostrava un declino cognitivo più lento e un rischio più basso di demenza rispetto a chi ne consumava meno. Negli altri genotipi, invece, questa associazione non è emersa. C’è poi un secondo dato che merita attenzione: un rapporto più alto tra carne processata e carne totale andava nella direzione opposta, associandosi a un rischio maggiore di demenza. Inoltre non sono emerse differenze sostanziali tra carne rossa non processata e pollame. Tradotto in parole semplici, lo studio non dice che “la carne fa bene al cervello” in generale. Dice qualcosa di molto più circoscritto: in questa coorte di anziani svedesi, e solo in un sottogruppo genetico specifico, un maggior consumo di carne totale si associava a esiti cognitivi migliori, mentre la quota di carne processata sembrava sfavorevole.