L’uomo planato in Italia per provare a cambiare il mondo del pallone ha quarantanove anni, un dolcevita blu, gli occhi celesti, un paio di sneakers fosforescenti. Il biglietto da visita dice: managing director, Venezia Fc. Tancredi Vitale ha fatto un patto con i proprietari americani: bisogna innovare il calcio e, per farlo, non si può che partire dalla città italiana più famosa, dai suoi canali, dai suoi simboli. È qui dal marzo del 2025, al lavoro per trasformare una società sportiva in qualcosa di più: un marchio globale. Il primo colpo d’acceleratore lo ha dato ridisegnando il look, creando quattro maglie diventate un culto per la generazione TikTok, con uno sponsor - Cynar - che ti catapulta dritto negli anni Settanta: un mix di polvere e lustrini, nebbie e digitale. «E poi c’è il progetto stadio», dice. Passione, idee, investimenti. È tutto lì, nascosto in una piega del Dna. «Sono cresciuto in una famiglia imprenditoriale che mi ha fatto conoscere il mondo delle aziende fin da piccolo. Prima con mio padre, Maurizio, che è morto quando avevo 11 anni, e poi con quello che per noi è stato un secondo papà, Roberto Francardo, mago del jeans». Maurizio si è inventato la Robe di Kappa partendo dal maglificio di casa: era bellissimo, innamorato di Lennon e delle sue giacche, faceva fotografare i suoi prodotti da Oliviero Toscani. Se lo è portato via l'Aids. Roberto invece è stato l'uomo che, con El Charro, ha vestito i paninari: jeans, cinture, lavaggi scoloriti. Il racconto di Tancredi torna spesso alle radici. In quegli scatti c'è qualcosa che somiglia a un metodo. «Non ho mai incontrato qualcuno che si avvicini anche solo lontanamente al loro genio, alla loro generosità, alla loro visione». Era il frutto di quei tempi o delle persone? «Me lo chiedo spesso. Secondo me entrambe le cose. Ma senza la testa, senza la capacità, non vai da nessuna parte». Per lui la partenza è in salita. Dopo una breve esperienza universitaria, un primo impiego umilissimo ma decisivo. «Ho fatto il magazziniere in una ditta di moda a Milano. Impari, osservi, capisci come funziona un’azienda dal basso. Un anno e mi sono licenziato, ho preso un mese e sono andato in Spagna». Lì l’incontro che riporta tutto a casa. «In spiaggia trovo Marco Boglione con la famiglia, tutti vestiti Kappa, le maglie blaugrana». Il legame è personale, sposta all’indietro le lancette della sua storia. «Marco aveva appena rilevato il Maglificio Calzificio Torinese, l’azienda di famiglia, dopo il fallimento. Mi conosceva da quando ero bambino, era amico di mio padre». Amico è poco. Maurizio Vitale è stato l’uomo che, in un fine settimana sulle nevi, ha convinto Boglione, all’epoca studente di ingegneria, oggi guru dell’abbigliamento con i marchi K-Way, Superga e Woolrich, a seguirlo nella sua avventura imprenditoriale. Anni dopo la scena si ripete, capovolta, con una generazione in mezzo, sulla sabbia della Barcellona olimpica, quella che si dimentica la povertà e per un po’ si trasforma nell’ombelico del mondo. «Mi ha detto: "Devi venire in Kappa". Ho iniziato a settembre». L'azienda che si affaccia sulla Dora, dopo il crac, è in piena ricostruzione. «Quando sono entrato era una start-up: magazzini pieni di polvere, tutto da rifare». È un periodo di lavoro continuo. «Ho fatto quattro anni incredibili. È stata un’avventura durissima, ma io non l’ho mai vissuta con sofferenza. L’ho vista come un’opportunità». A quel punto, il debutto all'estero. «Ho passato quattro anni in Olanda con BasicNet, viaggiando in tutto il mondo. Facevo il portavoce della sede centrale con i licenziatari locali». È un’accelerazione improvvisa, una vertigine. «A 23-24 anni vivevo sugli aerei. Ma ho sentito che dovevo uscire dall’Italia, imparare altre culture». L’occasione arriva con un’offerta dalla Germania, alla sede di Adidas, nel cuore della Baviera, sul progetto Y-3 con Yohji Yamamoto. «Per un italiano non è semplice inserirsi a Herzogenaurach, in un’azienda di diecimila persone. Ma ci sono entrato e non sono più uscito uguale». Il passaggio successivo è l'America. Oregon. Campus Nike. «Mi sentivo su un’astronave. Dal 2011 in poi sono stato immerso in un sistema che ti dava strumenti, fiducia, possibilità di rischiare. Il “Just Do It” lì è un modo di lavorare». Quindici anni tra Usa ed Europa, a guidare linee di business, team e strategie di crescita. «Vedevi gli atleti tutto il giorno: ti passava accanto Jordan, Agassi, LeBron, Ronaldo. C'era un’ossessione positiva per la performance. È stata un'esperienza straordinaria ma il film è finito». Giù il sipario, allora. Un’altra volta l’Italia. «È stata la decisione più difficile della mia vita professionale. Ho detto: torno nella mia cultura, dalla mia famiglia. Senza niente. Non avevo ancora nessun contatto con il Venezia. È stato uno sradicamento, l’uscita da una gabbia d’oro. Mi sono preso sei mesi durissimi, di riflessione personale. In folle dopo trent'anni in quinta marcia». Nel destino però c'è sempre qualcosa che porta allo sport. «A Venezia mi diverto. Questo progetto è solido, internazionale. E mi mette in una condizione di instabilità: più sei scomodo, più impari».