Si può esprimere soddisfazione per il giudizio di Moody’s sull’economia italiana, ma si tratta di un compiacimento assai limitato. Come per uno studente che non abbia demeritato ma che, allo stesso tempo, non abbia neppure dimostrato un particolare impegno nel migliorare, il “voto” conferma una sufficienza già acquisita: nessun arretramento, ma neppure alcun passo in avanti. In termini più tecnici, ciò significa che il nostro Paese rimane collocato in una fascia medio-bassa per quanto riguarda la capacità di attrarre investimenti, un fattore decisivo per sostenere una crescita solida e duratura. In termini più semplici, il giudizio prefigura una prosecuzione di quel “galleggiamento” che da anni caratterizza la rotta del sistema economico italiano, con tutte le conseguenze che ne derivano: difficoltà persistenti nel ridurre l’area della precarietà, aumento delle disuguaglianze e una quota ancora troppo ampia di cittadini in povertà o prossimi a essa. Si tratta, peraltro, di un immobilismo che non sorprende, essendo una condizione che accompagna il Paese da almeno un quarto di secolo.
Tra gli elementi positivi evidenziati da Moody’s figurano una politica di bilancio prudente – di cui va riconosciuto il merito al Ministro dell’Economia, Giorgetti – e una relativa stabilità politica. La stabilità politica, tuttavia, non può essere considerata un valore in sé, né tantomeno un punto di arrivo: rappresenta semmai una condizione necessaria, ma non sufficiente, per adottare misure efficaci. Senza un chiaro orientamento verso obiettivi di crescita inclusiva, di aumento del benessere complessivo e di una più equa distribuzione delle risorse, non solo entro le generazioni ma anche tra di loro, la stabilità rischia di tradursi in semplice conservazione dell’esistente, con rischio addirittura di peggioramento.






