Un anno fa erano state gettate le basi per il recupero al civico 51 di via Chiatamone della fonte dell’acqua ferrata del Monte Echia, chiusa con il colera nel 1973 e da oltre cinquant’anni sepolta e dimenticata all’ombra dei grandi alberghi del lungomare. L’ulteriore passo per la riscoperta e la valorizzazione di questo tesoro nascosto, una peculiarità della città sin dalle sue origini oltre 2500 anni fa, arriva con la delibera di Giunta approvata in questi giorni su proposta degli assessori al Bilancio Pierpaolo Baretta e alle Infrastrutture Edoardo Cosenza. «L’obiettivo è restituire alla cittadinanza e ai turisti un sito di inestimabile valore storico, culturale e simbolico», spiegano.

Cosenza aveva avviato un anno fa le operazioni di test al Chiatamone con l’azienda idrica partecipata Abc Napoli: una storia, questa, che interessa anche Laboratorio di architettura nomade (Lan) di Alexander Valentino per la rete CoolCity e associazione Monte Echia. L’immobile in via Chiatamone 51 ospita l’antica “Sorgente Acqua Ferrosa”: si scende per una scala alle spalle di un cancello di ferro, la stanza è una grotta sotterranea rivestita di mattonelle, su una parete c’è un’immagine votiva, ormai scolorita, della Madonna. L’ambiente è al buio: quest’acqua speciale dai residui rossastri perde le sue caratteristiche al contatto con la luce. Questo, d’altronde, è il motivo per cui veniva venduta in otri di terracotta dette “mummare” dagli acquaioli di tutta la Campania che si approvvigionavano in un locale con tre porte, oggi chiuse, tra via Chiatamone e via Santa Lucia. Altre rivendite erano le “banche dell’acqua”, la rete di chioschi storici disseminati in città. Pochi gli esemplari superstiti, uno è quello abbandonato accanto a Palazzo Penne.