Evitare il fast-fashion qualche tempo fa era una scelta politica, che parlava di ambiente e lotta allo sfruttamento. Ma tutto si annacqua presto all’epoca dei social

di Mattia Insolia

Anni fa ai mercatini sui Navigli di Milano ho comprato un cappotto di renna. Usato, ovviamente, era in buonissime condizioni e il prezzo era onesto, così l’ho preso senza troppo pensarci; in realtà, ne volevo uno già da qualche mese. L’ho indossato più volte, finché una sera, rincasato tardi e un po’ brillo, ho infilato con troppa prepotenza una mano in una delle tasche, per recuperare l’accendino che non riuscivo a rintracciare, e ho sentito un dolore, localizzato e appuntito, al polpastrello dell’anulare. Imprecato e tirata fuori la mano, vista la macchiolina di sangue che si allargava e ciucciatomi il dito, ho scartabellato nella tasca fino a trovarci un buco molto piccolo, sul lato. Un foro che portava all’interno del cappotto, alla fodera, un non-luogo in cui ho trovato una spilla; era stata lei a ferirmi.

Era piccola e c’era stampigliata una Santa, però non so quale. Era pure fatta male, l’immagine un po’ spostata rispetto ai contorni. Ed era vecchia.

Prima di quella sera non mi ero mai chiesto a chi fosse appartenuto un capo che avevo comprato, o cosa ci avesse fatto indossandolo. Una mancanza di immaginazione, suppongo. Da quella volta l’ho sempre fatto. Sempre. Ogni abito ha una sua storia, dacché è tessuto a che è dismesso; pure quando è roba fatta in serie in una fabbrica dall’altra parte del mondo. Il second hand per me è interessante anche per questo. Ma se compro usato è pure per motivi morali, ambientali. Ne ho parlato con amici, e a tanti non poteva fregargliene di meno. Se compravano second handera solo per l’estetica.