Che ai ragazzi piacesse comprare second hand l’aveva già dimostrato il successo di Vinted & Co. Come spiega uno studio Bocconi: per rispetto dell’ambiente, ma soprattutto per sentirsi diversi e unici

di Deborah Ameri

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È una questione di identità, di scelte, quasi una dichiarazione di intenti. La predilezione della GenZ per gli acquisti second hand è a tutti gli effetti uno strumento per esprimersi, fuori dai canoni imposti dalla moda e soprattutto dal fast fashion. Il mercato del resale è in aumento costante: secondo Business of Fashion crescerà tre volte più veloce di quello primario e nei soli Stati Uniti, nel 2027, il giro d’affari sarà pari a 34 miliardi di dollari (fonte: Mckinsey & Company). A indagare sulle motivazioni dei giovanissimi è stato uno studio delle università Bocconi e degli Studi del Sannio, pubblicato sul Journal of Consumer Behaviour, condotto dal ricercatore Generoso Branca su un campione di circa 400 ragazzi tra i 18 e i 25 anni.

La ricerca di unicità è ciò che muove principalmente l’acquisto, molto più delle ragioni ambientali o delle considerazioni economiche. “Si riconferma il trend di questi ultimi anni”, spiega Francesca Romana Rinaldi del Monitor for circular fashion di Sda Bocconi. “Il second hand non è guidato solo dalle scelte di sostenibilità, ma certamente estendere la vita di un capo contribuisce a ridurre l’impatto ambientale”. Il pre loved (“già amato”, ndr) diventa allora un atto politico, dice Rinaldi. Perché è “narrazione, unicità: un abito che ha già vissuto porta con sé una storia e indossarlo è una presa di distanza dall’omologazione”.