Da rifugio per bohemien e intenditori a rituale di lifestyle: evoluzione dei mercati vintage tra shopping e performance

di Giulia Mattioli

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Un tempo comprare abiti usati era la scelta dei bohemien, degli studenti con budget ridotto o di chi cercava alternative economiche e rifiutava le regole del sistema moda. Oggi, il second hand è qualcosa di decisamente diverso, è uno status, un linguaggio estetico, un modo per raccontare chi siamo attraverso ciò che indossiamo. La moda vintage ha acquisito un valore simbolico spesso superiore a quello del nuovo, e i mercatini dell’usato non sono più semplici luoghi di acquisto, ma imperdibili eventi frequentati da stylist, influencer, collezionisti e fashion hunter. Mentre il caro vecchio Porta Portese si riempie sempre più di oggetti low cost e articoli riciclati da Temu, i mercatini vintage diventano veri e propri hub sociali e culturali, nonché i nuovi santuari della coolness.

I numeri confermano la portata globale del fenomeno. Il mercato del second hand cresce a ritmi due o tre volte superiori rispetto alla moda tradizionale, e si stima che supererà i 300 miliardi di dollari entro la fine del decennio. Solo in Europa, il settore vale già decine di miliardi di euro e coinvolge più di un consumatore su due sotto i 35 anni. Secondo la PwC Circular Fashion Survey on New Generations, il 70% dei giovani millennial e Gen Z ha acquistato almeno un prodotto second hand nel 2024. L’indagine mostra che il 29% degli intervistati addirittura privilegia l’abbigliamento second hand rispetto al nuovo, spinto non solo dal risparmio ma anche da motivazioni legate a sostenibilità, circolarità e accesso al lusso attraverso il resale.