Sul muro della sua camera c'è un manifesto con la frase di una canzone di Lucio Battisti stampata su carta pregiata, un puzzle d'artista incorniciato sopra il divano che raffigura Napoli, la sua città natale e che ogni volta che si ferma ad ammirarlo con la sua tazza di té in mano la riporta lì; su un mobile in bella vista, poi, c’è un giradischi che sta suonando “Maledetta Primavera”, di Loretta Goggi.
Niente di tutto questo è costato poco, eppure Giulia, 24 anni, graphic designer trapiantata a Milano, negli ultimi tre mesi ha tagliato le cene al ristorante, rinunciato ai weekend fuori porta e smesso di comprare vestiti nei negozi tradizionali. Complice anche la precarietà di una generazione che con i soldi deve fare i conti più delle precedenti, è anche, e soprattutto, una scelta consapevole su cui vale la pena spendere.
Infatti, secondo il report "The Gen Z Paradox" di PwC, la Gen Z, giovani tra i 15 e i 30 anni, ha tagliato la spesa complessiva del 13% nel 2025, soprattutto su ristoranti, vestiti ed elettronica, ma non ha smesso di spendere, ha deciso come farlo.
6 giovani su 10 pianificano acquisti vintage o second hand e la metà cerca prodotti customizzati. In altre parole, è disposta a rinunciare alle spese quotidiane pur di permettersi meaningful indulgences, cioè acquisti che non si giustificano con il prezzo o con la funzione, ma con il peso emotivo e identitario che portano.






