Governare un elicottero non è come condurre un aereo, e nemmeno come guidare un’automobile, perché richiede un livello di attenzione continua e una capacità di controllo che pochi altri sistemi tecnologici impongono all’essere umano. È proprio dall’instabilità intrinseca del volo a rotore che prende forma il lavoro di Umberto Saetti, dall’inizio di quest’anno professore associato nel Dipartimento di Scienze e Tecnologie Aerospaziali al Politecnico di Milano, dove insegna dinamica e controllo del volo di elicotteri e droni, dei velivoli a rotore e interazione uomo-macchina, inaugurando una cattedra che prima non esisteva in Italia. Il suo lavoro si concentra su due aspetti: da una parte il comportamento del velivolo, dall’altra quello della persona che la controlla, con l’obiettivo di gestire l’interazione nel modo più efficace possibile.

«Tenere in volo un elicottero è come cercare di reggere in equilibrio su un dito un bastone lungo più o meno 30 centimetri», spiega Saetti. «Immaginate di farlo per ore di fila, senza mai poter distogliere l’attenzione: alla fine il cervello del pilota è completamente fuso, e il livello di fatica mentale diventa enorme».

Questa difficoltà, che è intrinseca e non dipende dall’abilità del singolo pilota, è il punto di partenza di una ricerca che cerca di ridurre l’errore umano intervenendo sia sulla macchina sia sulle informazioni che vengono fornite al pilota. Il problema dunque non è solo far volare la macchina, ma rendere sostenibile per il pilota il compito di controllarla in condizioni reali, su quel confine in cui ingegneria e fattori umani si incontrano.