Vent’anni fa scompariva Angelo D’Arrigo, uno dei più straordinari interpreti del volo libero.

Non semplicemente un deltaplanista, ma un esploratore dell’aria, capace di entrare in relazione con gli uccelli fino a condividerne rotte, istinti e silenzi.

D’Arrigo era, in fondo, ciò che Leonardo da Vinci avrebbe immaginato: un uomo che non si limita a imitare il volo, ma lo comprende. Lo studiava nei dettagli, osservando le correnti, le ali, i movimenti minimi. E poi lo praticava, portando il proprio corpo e la propria mente al limite, sospeso tra scienza e istinto. Il suo rapporto con gli uccelli era unico. Non si trattava solo di affiancarli in aria, ma di creare un legame profondo, quasi simbiotico. Aquile come Gea e Nike volavano accanto a lui, riconoscendolo come parte del loro mondo. Con le gru siberiane riuscì addirittura a ricreare un’antica rotta migratoria: un’impresa che univa etologia, coraggio e una fiducia reciproca rarissima tra uomo e animale.

Partito dal Circolo Polare Artico, guidò uno stormo per oltre cinquemila chilometri fino al Medio Oriente. Quelle gru, nate sotto la sua ala artificiale, lo seguivano come un capobranco. Era il progetto “Metamorphosis”, sintesi perfetta della sua visione: l’uomo che si trasforma imparando dalla natura, e la natura che si fida dell’uomo. Non meno straordinarie le sue imprese in alta quota.