C’è stato un tempo in cui Ambrogio Fogar era un volto familiare, capace di evocare orizzonti lontani, mari in tempesta e avventure ai limiti dell’impossibile. Oggi, a vent’anni dalla sua scomparsa (24 agosto 2005), il ricordo di quest’uomo straordinario sembra essersi sbiadito, relegato nei cassetti polverosi della memoria collettiva. Per i più giovani, Fogar è poco più di un nome, quando non un perfetto sconosciuto. Eppure, per chi lo ha conosciuto, seguito o anche solo intravisto attraverso lo schermo televisivo, è stato molto più che un esploratore: è stato un simbolo di coraggio, libertà e sete insaziabile di vita. Lorenzo Grossi, con il suo libro Ambrogio Fogar. Le mille straordinarie vite dell’ultimo grande sognatore (Infinito Edizioni, 2025), compie un’operazione tanto doverosa quanto illuminante: riscoprire una figura che ha saputo incarnare l’inquietudine creativa di un’intera generazione. Un modo per portare il lettore in un viaggio affascinante tra le mille vite di un uomo che sembrava incapace di stare fermo. Ma anche per rileggere in retrospettiva la storia di un grande italiano e le sue imprese. In un mondo dove tutto è conosciuto, dove l’inesplorato sembra non esistere, l’esempio di Fogar – più nei suoi istinti che nelle sue imprese – diventa un modello estremamente attuale per chi crede ancora nei cambiamenti. I suoi sogni, la sua indole, parlano ancora oggi al futuro. La sua biografia ci ricorda come esistano sempre dei limiti da superare, delle resistenze da superare. Geograficamente e metaforicamento.