All’inizio del mese, e cioè due giorni dopo l’inizio dell’operazione Furia epica, anche Donald Trump ha avuto il suo momento “whatever it takes” ed è stato quando ha detto che gli obiettivi statunitensi in Iran erano distruggere le capacità missilistiche e la marina del regime, impedire lo sviluppo di armi nucleari e mettere fine alla rete terroristica sciita che opera nel mondo per procura. Quel lunedì non ha accennato ai boots on the ground, ai marines e ai paracadutisti, ma «faremo tutto il necessario – ha assicurato – abbiamo previsto dalle quattro alle cinque settimane, ma abbiamo la capacità di resistere molto più a lungo». A metà della quarta settimana di guerra, Teheran è stata sostanzialmente ridotta all’irrilevanza militare nella regione ma lo stesso non si può dire sul fronte energetico, che si è rivelato per gli Usa il “rinoceronte grigio” dell’operazione, il rischio evidente, sottovalutato, impossibile da disinnescare.
Trump ha ripetuto innumerevoli volte che gli iraniani «non hanno mai vinto una guerra, ma non hanno mai perso una trattativa» ed è per questo che il nodo scorsoio del regime sullo stretto di Hormuz rischia di soffocare, dopo i mercati energetici globali, pure i negoziati in Pakistan. Mentre le richieste di Teheran si frantumano contro quelle di Washington, il Pentagono martedì ha ordinato il dispiegamento in Medio Oriente di un paio di migliaia di soldati dell’82ª Divisione Aviotrasportata, la divisione di paracadutisti d’élite dell’esercito. Progettati per essere schierati ovunque nel mondo entro 18 ore, i parà sono addestrati a missioni di vario genere, come la conquista di aeroporti e infrastrutture critiche, il rafforzamento delle ambasciate statunitensi e operazioni di evacuazione in situazioni di emergenza. Nei piani sarebbero loro, insieme con i marines, a conquistare l’isola di Kharg, lo snodo per l’esportazione del petrolio vitale per il regime.












