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Ultimo aggiornamento: 6:00
E ora, per la rubrica Stop the Scroll!, riassunti commentati per chi non ha tempo da perdere, ma vuole approfondire lo stesso.
Basta non dire “guerra” (Gail Beckerman, The Atlantic) – L’amministrazione Trump evita di definire “guerra” le operazioni militari Usa contro l’Iran: preferisce termini come “operazione” o “missione”. Questa scelta linguistica ha innanzitutto una motivazione legale: secondo la Costituzione solo il Congresso può dichiarare guerra, quindi evitare il termine consente al presidente di bombardare senza un’autorizzazione formale. Alcuni politici arrivano persino a ridefinire il concetto di guerra, sostenendo che esista solo quando ci sono truppe Usa sul terreno. Ma la ragione è anche politica e culturale. Dopo Iraq e Afghanistan, negli Stati Uniti la parola “guerra” evoca fallimenti, crimini e conflitti interminabili. Termini più tecnici o neutri fanno apparire l’intervento limitato, preciso e meno traumatico. Questa strategia non è nuova: anche la guerra di Corea fu chiamata “azione di polizia”, il Vietnam “conflitto”; e nel 2011 Obama parlò di “azione militare cinetica” in Libia. Paradossalmente, la parola “guerra” viene invece usata con facilità in senso metaforico, come nelle “guerre” contro povertà, droga o terrorismo, perché non richiedono responsabilità chiare né una fine definita. L’amministrazione Trump vuole apparire aggressiva e determinata senza assumersi le conseguenze politiche e morali di una guerra. COMMENTO: La Corea era “azione di polizia”, il Vietnam era “conflitto”, la Libia “azione cinetica”. L’Iran dev’essere una lezione di aerobica.







