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22 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 7:14

Ormai stiamo scivolando nell’assurdo. Da un lato, Trump brandisce la minaccia nucleare contro South Pars, il cuore pulsante del gas iraniano, promettendo distruzione totale; dall’altro, il suo stesso Segretario al Tesoro vaglia l’ipotesi di allentare le sanzioni per placare i mercati. Questa è la guerra di Trump in Iran: un conflitto schizofrenico che si combatte su due fronti opposti, dove il nemico da abbattere e il prezzo del carburante da calmierare sono diventati la stessa identica variabile.

Non è solo una contraddizione logistica, è la fotografia di un vicolo cieco geopolitico. Il presidente si è infilato in una tenaglia dalla quale è quasi impossibile uscire indenni. Da una parte c’è la promessa fatta agli elettori, il patto fondativo della sua seconda presidenza: niente nuovi conflitti, benzina a buon mercato, disimpegno dalle paludi mediorientali. Dall’altra, la realtà di una rappresaglia iraniana che ha preso di mira non basi militari, ma il sistema nervoso dell’economia globale: le infrastrutture energetiche del Golfo. E in questo cortocircuito, la razionalità economica del mondo occidentale si è inceppata.