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26 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 9:11
I discorsi pubblici di Donald Trump, spesso lunghi, ridondanti, ricchi di digressioni e difficili da arginare, sono finiti di nuovo sotto la lente di commentatori e medici negli Stati Uniti. Alcuni psichiatri e neurologi, citati dalla stampa anglosassone, hanno ipotizzato che questo stile verbale possa rientrare nella cosiddetta logorrea, un termine clinico che descrive un flusso di parole eccessivo, poco organizzato e difficilmente controllabile. Ipotesi che hanno immediatamente riacceso polemiche etiche e professionali sul fatto se sia lecito parlare di salute mentale osservando discorsi pubblici.
Ma a parte il terreno scivoloso della diagnosi a distanza e in un contesto politico, quando un certo modo di parlare smette di essere uno stile comunicativo e diventa un sintomo clinico? In psichiatria e neurologia il linguaggio è uno strumento diagnostico a tutti gli effetti: orienta l’inquadramento clinico, suggerisce se intervenire e consente di valutare nel tempo l’efficacia delle cure. È su questo piano, rigorosamente scientifico, che abbiamo chiesto un chiarimento al professor Claudio Mencacci, psichiatra, copresidente Sinpf (Società italiana di neuropsicofarmacologia) e Direttore emerito di neuroscienze al Fatebenefratelli, Sacco di Milano.






