Balla da sola Giorgia Meloni, prendendo in prestito il titolo del film diretto da Bernardo Bertolucci ormai trent’anni fa. Decide e impera la premier, sorda alle voci di chi ha tentato di metterla in guardia, sostenendo che il redde rationem avviato il giorno dopo il ribaltone sul referendum sulla separazione delle carriere rischia, di fatto, di trasformarsi in un boomerang. Non per lei, convinta di aver imboccato la strada giusta in quanto necessaria, ovunque essa porti. Per questo il suo repulisti non si fermerà qui.

Nel partito si respira aria di tempesta. Se ci saranno altri inciampi, o verranno commesse altre «leggerezze» – vedi il caso Delmastro – la premier non si lascerà più logorare. La lezione l’ha appresa come uno studente che incassa un brutto voto e decide di cambiare passo. E c’è chi è pronto a scommettere che le ramazze meloniane andranno ben oltre lo tsunami delle ultime 48 ore. Saranno decisive, ad esempio, nelle ricandidature per le politiche che verranno: fuori dalle liste chi ha lavorato poco o non ha fatto abbastanza.

«Io mi ammazzo di fatica, basta tirare la carretta per tutti», lo sfogo della premier. Pronta a mettere le mani su tutto quel che finora non ha funzionato: dentro e fuori il governo, dentro e fuori il partito, ma anche in altri territori in cui è l’esecutivo a dare le carte. Come in Rai: anche viale Mazzini, nelle settimane a venire, potrebbe essere teatro di una piccola rivoluzione interna. La poltrona più a rischio è quella dell’ad Giampaolo Rossi, ma non sarebbe la sola stando alle voci che circolano in Rai. Meloni di lotta e di governo, dunque.