“La partita è appena cominciata”. A dirlo è Marco Simons, general counsel di Greenpeace USA, raggiunto da Wired Italia dopo la sentenza che ha condannato Greenpeace International e la costola statunitense della rete a pagare 345 milioni di dollari alla compagnia petrolifera Energy Transfer per le proteste contro il Dakota Access Pipeline, l’oleodotto costruito per trasportare petrolio dal North Dakota all’Illinois.È l'inizio di una nuova faseUna cifra che ha fatto il giro del mondo e che ha sollevato interrogativi che vanno ben oltre il caso specifico. Ma all’interno dell’organizzazione che da oltre 50 anni lotta per la difesa del pianeta, questa sentenza viene letta come l’inizio di una fase nuova, di un nuovo capitolo e non come la fine di una storia.“Il verdetto e la sentenza sono stati solo il primo round, e il caso è tutt’altro che chiuso”, spiega Simons. “Ora useremo ogni opzione legale per ottenere giustizia”.Greenpeace ha deciso di difendersi, dunque. Chiederà che si tenga un nuovo processo e, se necessario, porterà il caso davanti alla Corte suprema del North Dakota, sostenendo che non si sarebbe mai dovuti arrivare a un verdetto. Secondo l’organizzazione, infatti, mancherebbero le prove necessarie a sostenere alcune delle accuse della compagnia e restano dubbi sulla possibilità di garantire un processo equo. Sullo sfondo c’è una questione ancora più ampia: quella dei diritti costituzionali, a partire dalla libertà di espressione.C’è poi un nodo tecnico, ma tutt’altro che secondario, che riguarda la cauzione necessaria per procedere con l’appello. Greenpeace chiede al tribunale di non essere obbligata a sostenerne i costi. “Non dovremmo essere costretti a pagare una cauzione mentre la Corte suprema del North Dakota esamina questioni fondamentali, inclusi i diritti costituzionali”, afferma Simons. Nel frattempo, aggiunge, il lavoro dell’organizzazione non si fermerà: “Continueremo a proteggere il pianeta dallo sfruttamento e dall’inquinamento”.Una battaglia legale e politica. Anzi, di sopravvivenzaMa la partita, per Greenpeace, non è solo legale. È anche politica. E riguarda il futuro stesso dell’attivismo climatico.“Questo caso potrebbe avere conseguenze su altri movimenti negli Stati Uniti, o persino a livello globale”, avverte Simons. Il rischio è che si affermi un precedente capace di cambiare le regole del gioco: se le aziende possono usare i tribunali per colpire chi protesta, allora qualsiasi forma di dissenso pubblico potrebbe diventare un bersaglio. “Se le multinazionali possono trasformare il sistema giudiziario in un’arma contro manifestanti pacifici e difensori dei diritti, allora ogni causa pubblica potrebbe essere messa sotto attacco”.È qui che il caso di Greenpeace smette di essere solo una disputa su un oleodotto e diventa qualcosa di più ampio. Negli ultimi anni, infatti, diverse compagnie fossili hanno avviato azioni legali contro attivisti e organizzazioni ambientaliste. Una tendenza che, secondo Greenpeace, non è casuale ma riflette una strategia sempre più evidente: spostare lo scontro dal terreno politico e sociale a quello giudiziario.“Le big oil vogliono sfuggire alle proprie responsabilità puntando il dito contro altri”, dice Simons. “Ma i tribunali dovrebbero proteggere le persone, non diventare strumenti del potere economico per mettere a tacere le critiche”. E in un contesto politico già segnato da tensioni crescenti sui diritti civili e sulla libertà di espressione, aggiunge, il rischio è ancora più alto.Il fronte (legale) europeoMentre negli Stati Uniti si prepara il ricorso, l’ong ha già aperto un secondo fronte in Europa. Greenpeace International, infatti, ha avviato una causa contro Energy Transfer presso il tribunale di Amsterdam, basata sulla nuova direttiva europea anti-SLAPP finalizzata a proteggere giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani da querele e azioni legali strategiche (Strategic lawsuit against public participation) finalizzate a intimidire e mettere a tacere la partecipazione pubblica.Un caso che potrebbe diventare uno dei primi veri test sul funzionamento della normativa europea pensata proprio per limitare le cause di stampo intimidatorio. La prossima udienza è prevista per il 16 aprile 2026.L’obiettivo, in questo caso, è ribaltare la prospettiva: non solo difendersi, ma chiamare le aziende a rispondere delle proprie strategie legali scorrette.La promessa di Greenpeace: “Non saremo messi a tacere”Per Greenpeace “nessun gruppo dovrebbe essere costretto a pagare centinaia di milioni di dollari per aver esercitato il diritto alla libertà di espressione e alla protesta pacifica”. E soprattutto: “Greenpeace USA non scomparirà. Il nostro lavoro continuerà”, ci promette Simons.Lo stesso tono arriva da Greenpeace International. “Non saremo messi a tacere. Saremo ancora più forti”, ha dichiarato il direttore esecutivo Mads Christensen, parlando di una battaglia che riguarda non solo un’organizzazione, ma la possibilità stessa di opporsi pubblicamente a progetti industriali ad alto impatto.La sensazione, a questo punto, è che il caso Energy Transfer contro Greenpeace sia entrato in una fase diversa. Non più solo una causa civile legata alle proteste di Standing Rock, ma un test su quanto spazio resterà, nei prossimi anni, per il dissenso ambientale.E se davvero la battaglia climatica si sta spostando nei tribunali, allora questa potrebbe essere solo la prima di molte partite ancora da giocare.