Non è una multa. Non è neppure un semplice risarcimento. È il tentativo di mettere in ginocchio Greenpeace, una delle organizzazioni ambientaliste più importanti al mondo. Stiamo parlando dei 345 milioni di dollari che Greenpeace International e due organizzazioni collegate sono state condannate a pagare a Energy Transfer, la società petrolifera che ha costruito il contestato Dakota Access Pipeline. A stabilirlo è stato un tribunale del North Dakota, negli Stati Uniti.Non era mai successo prima in oltre cinquant’anni di storia di Greenpeace. E per molti osservatori questa sentenza segna un passaggio cruciale di come (da qualsiasi parte la si prenda) la battaglia sul clima si sia ormai spostata nelle aule di tribunale. Per capire perché questa sentenza fa così rumore, però, bisogna tornare indietro di quasi dieci anni, quando una prateria che si estende nel Nord Dakota è diventata il simbolo globale della resistenza contro l’industria fossile.Standing Rock, là dove tutto è cominciatoIn quella prateria, infatti, era stato progettato il Dakota Access Pipeline, un oleodotto lungo quasi 1.900 chilometri che oggi trasporta fino a 750mila barili di greggio al giorno (circa il 40% del totale) estratto dai giacimenti di Bakken, nel North Dakota, fino allo stato dell’Illinois, una delle principali aree di estrazione shale degli Stati Uniti. L’oleodotto avrebbe dovuto rappresentare un’infrastruttura chiave per l’industria energetica statunitense, che negli ultimi anni ha contribuito a trasformare gli Stati Uniti (già sotto l’amministrazione presieduta da Joe Biden) nel primo produttore di petrolio al mondo.Le proteste contro il Dakota Pipeline Access nel dicembre del 2016
Le big oil portano il movimento climatico in tribunale, Greenpeace è stata condannata a pagare 345 milioni di dollari
La compagnia petrolifera Energy Transfer ha vinto una causa milionaria contro Greenpeace per le proteste contro il Dakota Access Pipeline. L’organizzazione ambientale prepara il ricorso







