Monte Mario, Roma. In un enorme albergo della Capitale è terminato un incontro lungo due giorni, lontano da occhi indiscreti, blindato dalla polizia, tra interlocutori che non t’aspetti: padroni di casa erano alti ufficiali dell’esercito statunitense, quelli della Task force dell’Esercito Usa per l’Europa meridionale e l’Africa, di stanza a Vicenza; ospiti sono stati circa quaranta tra capi o sottocapi di stato maggiore di eserciti africani. L’incontro s’intitolava ALFS26, che sta per African land forces summit 2026. Sono incontri annuali tra l’esercito americano e quelli africani (presenti come osservatori anche molti Paesi europei) e in genere si tengono in qualche Capitale africana. Stavolta invece si sono visti in Italia. Al centro del summit c’era la catastrofica situazione della sicurezza in troppi Paesi africani, specie della fascia sub-sahariana ed equatoriale. Per l’occasione, i militari Usa hanno organizzato in parallelo anche una mini-fiera delle nuove tecnologie militari. E così i 300 e più alti ufficiali giunti dall’Africa si sono aggirati interessati tra gli stand di imprese medio-piccole a stelle e strisce che si occupano di droni, robotica, sorveglianza satellitare, intelligenza artificiale applicata al campo di battaglia, software finalizzato all’intelligence. “Potenziare la sicurezza condivisa attraverso intelligence, innovazione e industria” era il tema di quest’edizione. E però fin dal primo incontro, lunedì mattina, emergeva l’enorme distanza tra l’approccio ultra-tecnologico degli Usa, dove si nutre una totale fiducia nelle innovazioni applicate alla guerra, e il crudo realismo di certi Paesi africani devastati da siccità, desertificazione, disoccupazione, boom demografico, criminalità organizzata, terrorismo islamista. Una tempesta perfetta che porta a Stati falliti ed ulteriori destabilizzazioni. La moderatrice Chidi Blyden, responsabile del Culturally Bound Consulting, già viceassistente per gli affari africani del ministro della Difesa Usa, insisteva nel chiedere ai suoi interlocutori: «Diteci quali tecnologie possiamo fornire per aiutarvi a stabilizzare i vostri Paesi». Così come il generale Christopher T. Donahue, che assomma il comando dell’Allied Land Command NATO e del Comando Usa per Europa e Africa: «Ho parlato con molti di voi. Ci dite di un deficit informativo. Come possiamo aiutarvi?». Il generale Donahue aveva appena incontrato il nostro capo di stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, per un «focus specifico sulla crisi in Medio Oriente e sulle sue possibili implicazioni per la sicurezza regionale, globale e nel Mediterraneo allargato». Il generale Portolano non ha nascosto i pericoli di un’Africa fuori controllo: «Il rischio che attori statuali e non possano espandere la loro influenza verso l’Africa rappresenta una dinamica di interesse per l’Italia in virtù delle implicazioni che essa avrebbe sulla sicurezza del Mediterraneo allargato e, più in generale, su quella dell’Europa». Il ministro senegalese alla Difesa, generale Birame Diop, tracciava un quadro agghiacciante della loro realtà: «La minaccia nel contesto africano è particolarmente complessa. Tradizionalmente come minaccia era considerata un’aggressione militare. Ma questa visione è superata. Ora la minaccia si è resa invisibile e transnazionale. È il terrorismo che spinge le popolazioni a emigrare. È il degrado dei territori agricoli. La minaccia è sistemica e interconnessa. Le frontiere sono fluide, vengono attraversate da gruppi terroristici e criminali che si finanziano con ogni tipo di traffico, dalla droga alle armi, dai rifiuti tossici agli esseri umani». Gli faceva eco il generale Abu Issa, del Benin: «Dagli Anni ‘90 abbiamo problemi militari di ogni genere, ma i nostri bilanci sono stati ridotti. È per noi difficile affrontare le crisi di sicurezza nel Nord del nostro Paese. I nostri governi usano le forze armate nei “rapporti” con le comunità locali e ciò genera una sfiducia profonda tra la popolazione e noi. A dicembre c’è stato un tentativo di colpo di Stato. Io ringrazio e ammiro il Senegal, dove non c’è mai stato un colpo di Stato». È il quadro generale dell’intera Africa e dell’intero Medio Oriente che è deteriorato. Il rappresentante dell’Egitto, generale Walaa Adel Bibers, assistente per gli affari esteri del ministro della Difesa, ha fatto un elenco lunghissimo dei rischi per la loro sicurezza nazionale: disgregazione del Sudan, guerra civile in Libia, strozzatura del Mar Rosso, ripercussioni sul traffico nel Canale di Suez, attacchi nel Golfo persico alle monarchie arabe da parte dell’Iran. E infine, anzi in testa a tutto, la situazione di Gaza. «Siamo molto lieti – ha detto Bibers - di essere partner nella tregua in Palestina. È importante anche fermare le operazioni militari in Cisgiordania. E non vediamo l’ora di istituire il comitato tecnocratico palestinese, come previsto dal Piano Usa. Abbiamo bisogno di portare avanti i due Stati». Secondo l’Egitto «occorre tornare alla situazione dei confini del 1967, prevedendo una capitale per lo Stato palestinese e una forza di interposizione». Il responsabile dell’esercito del Ghana, generale Lawrence K. Gbetanu, con una lunga esperienza di missioni Onu in Liberia, Libano, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Congo e Burundi, intanto è tornato sulla questione sociale: «I nostri giovani non trovano lavoro. La generazione Zeta è disperata. Se non si dà risposta ai nostri giovani, l’Africa è perduta». Gli rispondeva il ministro senegalese Diop: «Ha ragione il collega ghanese: i giovani disoccupati sono un punto molto critico. Abbiamo il 75% della popolazione sotto i 36 anni, e la maggior parte di loro non ha alcuna attività. Cosa ancora peggiore, ha smesso di sperare. Mi diceva un amico etiope: i nostri Stati non riescono a infondere speranza». L’Italia ha fatto gli onori di casa con il Capo di stato maggiore dell’Esercito, Carmine Masiello, che ha aperto i lavori parlando di «cooperazione, interoperabilità e sviluppo di capacità comuni». Sul partenariato con i Paesi africani Masiello ha ribadito l’importanza di «un modello da pari a pari, fondato su fiducia e rispetto reciproco, capace di recepire le istanze locali e costruire soluzioni condivise». Il summit ALFS26 ha dedicato spazio al tema dei droni e della difesa anti-drone come alle «operazioni guidate dall’intelligence». Lo scopo era di offrire una «piattaforma ai leader per discutere strategie che rafforzino la sovranità e la sicurezza nel continente africano». E perciò, in premessa, i 300 delegati africani avrebbero potuto «ascoltare da personalità militari, dell’impresa e dell’accademia come l’industria del settore può offrire opportunità, e parlare direttamente con innovatori che presentano le ultime emergenti tecnologie dual-use a supporto di moderni eserciti». Conclusioni del generale John W. Brennan, vicecomandante del Comando Africa: «L’innovazione è estremamente importante, come abbiamo visto in Ucraina. In Africa. E dappertutto».
Roma, il summit tra generali Usa-Africa: 48 ore per discutere di collaborazione e vendere tecnologie
Nella capitale si è tenuto l’ALFS26: African land forces summit 2026: «Potenziare la sicurezza condivisa attraverso intelligence, innovazione e industria» era …






