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Una biografia racconta il colonnello che trenta anni fa rivelò le attività segrete dei servizi russi in Italia
Un anziano con la barba di un paio di giorni, i capelli spettinati, i vestiti informi e stropicciati. È la primavera del 1992: Vassilij Mitrokhin prende il treno da Mosca, dopo una notte di viaggio supera la frontiera dell'appena nata Lettonia e si presenta all'ambasciata americana di Riga. Chiede di parlare con qualcuno dei servizi segreti, ma i funzionari gli chiudono la porta in faccia. Non era proprio un barbone, racconteranno più tardi, ma una specie di contadino dall'aria impacciata, impossibile fidarsi. Mitrokhin non si dà per vinto. Qualche tempo dopo ci riprova con l'ambasciata britannica di Vilnius, in Lituania. L'unica diplomatica presente ha studiato russo e fa volentieri quattro chiacchiere. Mitrokhin ha un carrellino di quelli usati per la spesa, lo apre. Dentro, come copertura, ci sono delle salsicce, più sotto alcuni taccuini pieni di una scrittura fitta e incomprensibile.






