L’ufficio di Louise Trotter nella sede di Bottega Veneta a Milano affaccia sul villaggio olimpico ed è quasi troppo ordinato, con pochi mobili e qualche libro sugli scaffali. Succede, negli ambienti occupati di recente. Sembra che la stilista inglese, in carica da maggio, si stia prendendo il tempo per farlo suo, piuttosto che buttare tutto e riarredarlo ex novo, come avrebbero fatto molti altri al suo posto. Perché, di solito, i direttori creativi fanno tabula rasa e ripartono da zero. Non lei. “Se sono qui è grazie a chi è venuto prima di me: Matthieu Blazy, Daniel Lee, Tomas Maier, Edward Buchanan… Distruggere non è la mia strategia”, dice mentre sorseggia un tè verde – non è ancora entrata nell’ottica dell’espresso a tutte le ore – con un insolito sole di fine febbraio che illumina la stanza. Viene da pensare che sia anche per questo innato rispetto per il passato che Kering l’ha voluta alla guida del proprio brand più sofisticato. “Prima di accettare ci avrò pensato su tre secondi buoni”, dice ridendo. E così, la scorsa estate, si è trasferita a Milano assieme al marito e alle tre figli (tra i 15 e gli 11 anni). “Si sono ambientate alla grande, per fortuna. Questo è un marchio profondamente italiano, ho bisogno di immergermi nella cultura da cui origina per comprenderlo. Lo noto subito se qualcuno racconta qualcosa dall’esterno, da turista. Ma io qui non sono in vacanza”.