Per anni le abbiamo considerate un problema “da cani e gatti”. Collari, pipette, controlli dopo le passeggiate nei boschi. Un tema veterinario, al massimo da escursionisti. Oggi non è più così. Le malattie trasmesse da zecche e flebotomi stanno diventando sempre più una questione di salute umana, anche nelle regioni del Nord Italia, dove fino a pochi anni fa sembravano marginali.
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Il motivo è sotto gli occhi di tutti, anche se spesso non lo vediamo: temperature più alte, stagioni alterate, maggiore presenza di fauna selvatica e contatti sempre più frequenti tra ambienti urbani, rurali e naturali. Un intreccio che rende più facile il passaggio di virus e batteri tra specie diverse, fino ad arrivare all’uomo. È quanto emerge dal focus sulle malattie trasmesse da vettori organizzato da Msd Animal Health a Torino: un confronto che mette al centro l’approccio One Health, dove la salute di persone, animali e ambiente è strettamente connessa.
Zecche anche d’inverno, flebotomi sempre più diffusi
Il cambiamento più evidente riguarda la presenza dei vettori sul territorio. Oltre a essere più numerosi, sono attivi più a lungo. “Negli Anni 70 non avevamo flebotomi al Nord. Oggi li troviamo oltre i mille metri e in alcune aree del Sud sono presenti praticamente tutto l’anno”, spiega Ezio Ferroglio, direttore del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino. Per le zecche il quadro è altrettanto chiaro: “Non sono più un problema solo primaverile. Oggi le troviamo anche in inverno, anche in area alpina. Questo significa più mesi di esposizione e quindi più rischio”. Una trasformazione rapida, che secondo Ferroglio si è accelerata negli ultimi decenni: “Tra aumento degli animali selvatici, cambiamenti climatici e maggiori interazioni, il rischio è esploso negli ultimi 20-30 anni”.







