Le barriere commerciali - non solo i dazi Usa - hanno accelerato la crisi della globalizzazione. Ma a dispetto delle strategie protezionistiche dei governi, le catene di approvvigionamento mondiali restano interconnesse. In quest’ottica la guerra in Iran - visto che il conflitto si combatte al centro delle rotte tra Ovest ed Est - sta rallentando, se non bloccando, gli scambi di materie prime o semilavorati.

Le quantità scarseggiano, si devono cercare fornitori su mercato lontani (e con noli più cari), i prezzi salgono e tanto basta per mandare in crisi settori più disparati: agricoltura, It, turismo o meccanica. Perché l’industria mondiale non ha un bisogno smodato solo di petrolio e gas. In queste ore il settore farmaceutico è in allarme perché tra i derivati dei carburanti ricavati dal greggio e dal metano del Golfo Persico c’è anche il cumene, necessario per sintetizzare il fenolo, a sua volta precursore dell’aspirina e di altri medicinali contro l’influenza. La diciandiamide, poi, derivata dal gas è basilare per i farmaci contro il diabete, di moda in questa fase.

L'acido fenilacetico, poi, è utilizzato anche per produrre materie plastiche come policarbonato e resine. Che necessitano anche di altri intermedi quali nafta, etilene, propilene o glicole etilenico. Risultato? Un semplice tubo di plastica ha già visto salire il prezzo del 10 per cento nell’ultima settimana. Inutile dire quali ripercussioni può avere la regina della petrolchimica su settori come l’automotive o sulle attività di packaging.