Riportare Hormuz al 27 febbraio, cioè al giorno prima dello scoppio della guerra, sarà una operazione lunga e costosissima. La scarsa profondità del mare (ci sono punti dove non si superano i 40 metri) renderà necessaria una bonifica dei relitti affondati o, almeno l'individuazione di canali ancora percorribili. Un lavoro che va fatto con molta precisione, considerando il fatto che una grande petroliera arriva ad un pescaggio di venti metri.
Navi militari distrutte, navi commerciali affondate e navi danneggiate. I dati raccolti fino ad ora parlano di almeno una nave civile affondata e una ventina di navi posamine iraniane distrutte a cui si aggiungerebbero altre trenta unità militari iraniane di altro genere, colate a picco. Bonificare da relitti e, soprattutto, da mine. Queste sono le due operazioni indispensabili per aprire al traffico lo Stretto. Per il resto tutto dipenderà dal tipo di riapertura a cui si arriverà e, quando. Un cessate il fuoco? O una riapertura forzata, cioè transito di navi scortate con il conflitto ancora in corso? La seconda ipotesi, evidentemente, è la più costosa e certamente richiederà l'impegno di vari Paesi.
Cominciamo dai numeri. Secondo i dati raccolti da Grafana, attualmente sono 1.194 le unità che stazionano nella zona. Di queste, 558 sono petroliere, 269 portarinfuse, 165 cargo container, 69 Lpg (gasiere), 17 Gnl (metaniere) e 11 Pcc (Pure car carrier, navi che trasportano auto senza passeggeri). Per far transitare queste navi a un livello di sicurezza accettabile, secondo analisti americani, per un convoglio di cinque petroliere occorrerebbe una protezione che impegna una decina di navi militari, oltre alla difesa aerea e alla protezione elettronica. Il convoglio, inoltre, dovrebbe essere scortato da droni in pattugliamento per neutralizzare eventuali attacchi dalla costa.






