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22 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 6:42
La vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” è diventata rapidamente qualcosa di molto diverso da ciò che avrebbe dovuto essere: un episodio delicato che riguarda dei bambini e che meriterebbe silenzio, prudenza e competenza. Invece, si è trasformata in un caso mediatico costruito per suscitare schieramenti ideologici e identitari, come se si trattasse di una fiction da commentare a caldo più che di una situazione reale. L’intervento di figure istituzionali di primo piano, come la presa di posizione del Presidente del Senato intenzionato a incontrare i genitori per esprimere solidarietà, ha contribuito a trasformare ulteriormente l’episodio in un simbolo politico, spingendo l’opinione pubblica verso una domanda tanto semplice quanto fuorviante: da che parte stai, con la famiglia nel bosco o con lo Stato? È proprio questa polarizzazione a rivelare un problema culturale più profondo, che attraversa il nostro Paese e che questa vicenda rende evidente in modo quasi didascalico.
Al di là dei fatti specifici, sui quali non voglio entrare, ciò che emerge con chiarezza è un fraintendimento di fondo: l’idea, ancora molto diffusa, che i figli siano “proprietà” dei genitori. Da anni la legge ha superato il concetto di potestà genitoriale sostituendolo con quello di responsabilità, un cambiamento che riconosce finalmente i bambini come soggetti di diritto, cittadini a pieno titolo, individui titolari di cura e tutele che precedono i desideri degli adulti. Eppure, nel discorso pubblico – e spesso anche in quello politico – riemerge un linguaggio che tradisce una visione proprietaria, secondo cui i figli “appartengono” alla famiglia e lo Stato dovrebbe limitarsi a non interferire. Una posizione che, per quanto possa sembrare rassicurante in tempi di sfiducia verso le istituzioni, finisce per offuscare la questione fondamentale: quando i genitori non riescono ad assolvere pienamente al loro compito di cura, chi tutela il bambino?






