MANIAGO - «Vorrei chiedere un riconoscimento postumo per mio figlio del titolo di guida alpina: ci ha dedicato tutta la vita. Sarebbe un’eredità per il suo figlioletto, mio nipote, di 7 anni». Giancarlo Chiodini è appena tornato nella sua casa di via Polcenigo da Sallanches, comune francese dell’Alta Savoia, dove con la moglie Carolina Baldovin e la figlia l’oculista Raffaella Gortana Chiodini, si erano precipitati dopo l’incidente di Carlo. Quel figlio di 43 anni morto il 19 marzo poco prima delle 13.30 sul versante francese del Monte Bianco, nell’area del Grand Flambeau a 3400 metri di quota, mentre inseguiva il sogno di diventare guida alpina. «Questo era il penultimo esame», ricorda la mamma Carolina. Carlo stava partecipando a un corso per aspiranti guide alpine organizzato dal Collegio delle Guide Alpine del Friuli Venezia Giulia. La scarica di massi non gli ha dato scampo, il 43enne è stato colpito in pieno perdendo la vita.

Ora la sua salma è nella cella mortuaria di Sallanches. «Lo abbiamo voluto vedere - dice il padre Giancarlo -. Lo ho abbracciato. Il suo viso era meraviglioso. Volevo stendermi accanto a lui». La famiglia appena giunta nel paese straniero ha avuto subito il supporto del soccorso alpino e dello psicologo, che in questi casi si affianca ai congiunti della vittima. «Non volevano mostrarmelo - dice il padre - ma non avrei mai potuto non salutarlo». Poi ricorda: «Sono stati tutti gentilissimi, ci sono stati vicini. C’erano le guide. Abbiamo parlato con il responsabile del corso dei friulani. Il suo capocordata era commosso, come tutti. Mi hanno detto che un ragazzo così non lo avevano mai visto, generoso, altruista».