Il 21 marzo si celebra la Giornata mondiale della poesia, un’occasione per ricordare come le parole sappiano raccontare la vita in tutte le sue forme. E poche voci della letteratura italiana hanno saputo intrecciare poesia e mondo animale con la stessa intensità di Elsa Morante. Per lei, i gatti non erano semplici compagni domestici: erano creature misteriose, quasi magiche, capaci di incarnare libertà, solitudine e una forma superiore di sensibilità.

Finché ci sono gatti, c’è speranza

“Finché ci sono gatti, c’è speranza”. Questa frase, spesso associata alla scrittrice, riassume perfettamente il suo sguardo sul mondo. Tra Morante e i gatti esisteva una sorta di alleanza silenziosa: stessa indipendenza altera, stessa eleganza schiva, stessa vocazione al vagabondaggio tra le strade di Roma. Non a caso, chi la conosceva raccontava che anche lei aveva qualcosa di felino: il passo leggero, l’imprevedibilità, una fierezza mai del tutto addomesticata.

Una vita circondata dai gatti

Nel corso degli anni, Morante visse con moltissimi gatti, ognuno con una storia e un carattere unico: Giuseppe, Pamela, Tit, Arturo, la siamese Minna, Alvaro, Filippo, Chitarrina, Caruso, Rossella, Romano e molti altri. Alcuni avevano addirittura due nomi: uno pubblico e uno segreto, custodito gelosamente dalla scrittrice. Un dettaglio che racconta quanto fosse profondo e intimo il legame con questi animali. Tra gli episodi più teneri e curiosi, quello ricordato da Patrizia Cavalli: una notte di Capodanno, nel pieno degli anni degli slogan politici, Morante comprò chili di carne per sfamare i gatti randagi della zona Piramide a Roma, gridando con entusiasmo: “Potere ai gatti!”.