Secondo le ricerche sono tre, e non solo due, le variabili che contano e cioè benessere, significato e ricchezza psicologica. Ecco perché e quali sono le implicazioni

di Stefania Medetti

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Fino a oggi, una buona vita aveva due “sapori”, ma adesso se ne aggiunge ufficialmente un terzo. Lo rivela il saggio fresco di stampa “Life in Three Dimensions: How Curiosity, Exploration, and Experience Make a Fuller, Better Life” (Le tre dimensioni della vita: come la curiosità, l’esplorazione e l’esperienza rendono la vita più piena e migliore, ndr). Firmato da Shigehiro Oishi, professore di psicologia dell’Università di Chicago, il libro amplia il dibattito attorno a una domanda che ha affascinato i filosofi dalla notte dei tempi. “Ce lo chiediamo da migliaia di anni e, più recentemente, la psicologia ha proposto due risposte. La prima considera una buona vita quella felice, orientata alla tranquillità, alla routine, alla soddisfazione personale e caratterizzata dall’assenza di emozioni negative”, ha spiegato lo stesso Oishi in un’intervista. La seconda “configurazione” della felicità, invece, guarda agli altri e al mondo e si fonda sul desiderio di contribuire al bene comune. Fra queste due visioni esiste un’alta correlazione: “Le persone che si dichiarano felici spesso affermano anche di avere una vita significativa. Tuttavia, nei nostri trent’anni di ricerca su quest’argomento, è emerso un elemento che ci ha stupiti”. Utilizzando i cinque grandi tratti della personalità, Oishi e il suo team hanno scoperto che le persone che dichiarano di avere una vita felice e significativa condividono generalmente quattro tratti: estroversione, coscienziosità, bassa ansia e cordialità. “In entrambi i profili manca il quinto tratto: l’apertura alle novità. Ed è proprio questa osservazione che ci ha portati a ipotizzare l’esistenza di un terzo tipo di buona vita”.