Genova – Il presidente della Associazione nazionale magistrati della Liguria, e procuratore aggiunto a Genova, Federico Manotti, si è speso fino all’ultima giornata della campagna referendaria per spiegare agli elettori di ogni età quali sono le ragioni per cui bisogna dire no alla riforma della giustizia del governo Meloni. Scuole, circoli, sedi universitarie lo hanno visto protagonista di quella che lui chiama una “rimonta straordinaria”: «All’inizio i sì erano dieci punti davanti, secondo gli ultimi sondaggi adesso ce la giochiamo punto a punto». Ma in questi mesi si sono dette cose pesanti, da una parte e dall’altra, che forse lasceranno strascichi – soprattutto tra magistrati e avvocati -, e si sono lanciate accuse che non sempre hanno fatto capire ai cittadini perché il 22 e 23 marzo si va alle urne. Ma tant’è adesso la parola tocca agli elettori.

Il presidente dell'Anm della Liguria, il procuratore aggiunto Federico Manotti

E’ stata una campagna referendaria che non ha risparmiato colpi bassi, ma almeno c’è un dato positivo: aver portato nelle scuole le ragioni di entrambi gli schieramenti. Bello convincere i diciottenni, soprattutto su un tema come la giustizia «Concordo con lei. Questo è senz’altro un dato positivo, è stato molto bello per noi magistrati andare a parlare – sempre nel rispetto di un rigoroso contraddittorio -agli studenti delle classi quarte e quinte degli Istituti superiori che per la prima volta si recheranno a votare. Io ad esempio sono andato al liceo Deledda dove abbiamo anche parlato delle “madri costituenti” (le 21 donne elette all’Assemblea Costituente, ndr) e degli 80 anni del voto alle donne. Vedere tanti giovani attenti e interessati soprattutto quando si è parlato della Costituzione, e dell’importanza dei valori e dei principi che ne sono a fondamento, è una cosa che allarga il cuore; il merito è anche degli insegnanti che evidentemente avevano adeguatamente preparato i ragazzi che sono sempre intervenuti con domande pertinenti». Detto questo, però, definire i magistrati un plotone di esecuzione (come ha fatto la capa di Gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi) oppure dire che voteranno sì mafia e massoneria (il procuratore capo Nicola Gratteri) non è stata una dimostrazione di rispetto delle istituzioni. Perché si è arrivati a tanto? «Senz’altro con l’intervento della capa di Gabinetto si è toccato il fondo. Usare quei termini nei confronti di una categoria che pagato un tributo altissimo nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata lascia sgomenti. Proprio oggi abbiamo inaugurato a Palazzo di Giustizia la mostra “le rose spezzate” dedicata ai nostri colleghi caduti nell’esercizio delle funzioni compiendo il loro dovere di magistrati; costoro sono per noi dei veri e propri punti di riferimento in quanto i loro valori sono gli stessi valori che cerchiamo di praticare quotidianamente interpretando e applicando la legge nel rispetto della Costituzione e nell’interesse dei cittadini. Le dichiarazioni di Gratteri, in parte equivocate, non possono essere messe sullo stesso piano perché è indubbio che i massoni voteranno a favore della separazione delle carriere che come è noto era uno dei principali progetti di Licio Gelli e della loggia segreta P2». Separazione delle carriere per garantire l’imparzialità dei giudici, è quello che promette la riforma se prevarrà il si. I dati in vostro possesso però sono diversi, giusto? «I giudici nel nostro ordinamento sono terzi e imparziali, affermare il contrario e dire che occorre fare la riforma per raggiungere questo obbiettivo è molto grave. Ma secondo lei in Italia per ottanta anni abbiamo avuto dei giudici “parziali”? Del resto i dati statistici forniti dallo stesso ministero della Giustizia parlano chiaro: all’esito del dibattimento le assoluzioni sono il 46 percento, ciò dimostra che il giudice è assolutamente terzo e imparziale e non “appiattito” sulle richieste del pm. Per quanto riguarda la fase delle indagini preliminari è più difficile fornire dati statistici perché lo stesso ministero non fornisce dati ufficiali. Ma possiamo osservare ciò che accade nel distretto della Corte di Appello di Genova. Degli atti mandati all’ufficio Gip, circa il 60 percento sono richieste di archiviazione. È la dimostrazione che il pubblico ministero, che ha il compito di cercare la verità, in tutti questi casi ha cercato e trovato anche gli elementi a favore dell’indagato. E’ quindi naturale che in questi casi, emettendo un provvedimento a favore del reo (pro reo), il gip accolga la richiesta del pm. Nella fase delle indagini non si può ragionare per slogan, ma si deve avere riguardo alla natura delle singole richieste. Del resto in questa fase pm e avvocato non sono e non saranno mai sullo stesso piano, come invece avviene a dibattimento. Perché il pm come il giudice ricerca la verità, mentre l’avvocato difende gli interessi particolari del suo cliente». Tra i cavalli di battaglia del comitato del sì e della politica ci sono quelli che vengono definiti errori di malagiustizia: Tortora, per esempio. La riforma cancellerà la possibilità di errore? «Assolutamente no. Gli errori giudiziari – che peraltro in Italia sono di gran lunga inferiori rispetto agli altri paesi europei – trovano la loro soluzione nei tre gradi di giudizio, come è avvenuto nella vicenda Tortora che condannato in primo grado fu poi assolto in grado di appello». Sono volate parole grosse anche tra voi magistrati e gli avvocati, si è incrinato qualcosa? Si potrà tornare in aula sereni, qualunque sia il risultato finale delle urne? «Certamente non ci ha fatto piacere essere attaccati frontalmente dall’Unione delle Camere penali, con accuse molto gravi (“avvelenatori di pozzi”, ndr) quando da parte nostra siamo sempre stati sul merito delle questioni referendarie; detto questo però noi magistrati continueremo a essere sereni in aula e nello svolgimento nel nostro lavoro che come sempre sarà improntato ad applicare la legge nel rispetto della Costituzione; ovviamente potrebbero incrinarsi i rapporti personali alla luce delle diverse sensibilità di ciascuno».