C’è una crisi dell'auto che non si vede. E che non fa nemmeno notizia: troppo piccola, troppo grigia, troppo nascosta dietro i marchi famosi. Si intitola, per chi avesse voglia di leggerla: «ZF registra una perdita di 2,1 miliardi di euro».

ZF, per chi non lo sapesse, è quella ditta tedesca che nessuno nomina mai, ma che in pratica fa andare avanti mezza industria dell’auto europea. Pezzi, pezzettini, pezzettoni: sensori, trasmissioni, freni, roba che dentro la macchina non si vede mai. Roba però fondamentale.

ZF, che sta a Friedrichshafen sul Lago di Costanza, ha chiuso il bilancio con una emorragia record: 2,1 miliardi di rosso, il doppio dell’anno prima. Colpa di «effetti una tantum», dicono loro, come se la parola «una tantum» potesse addolcire il colpo. In realtà è la solita storia: svalutazioni, progetti che non decollano, auto elettriche che il mercato non vuole ancora e benzina che il mercato non vuole più.

Il risultato? Un debito netto da 10,2 miliardi, un capitale proprio sceso al 13,3 per cento e la previsione di tagliare fino a 14.000 posti di lavoro in Germania nei prossimi anni. Quattordicimila famiglie in difficoltà.

Ma la cosa non fa notizia perché non riguarda un grande marchio, tipo quelli con il leone, il cavallino, la stella o altri. E perché la crisi, quando è fatta di sensori e ingranaggi anonimi, non ha faccia. Non ha influencer che piangono su TikTok. Non ha sciopero generale in prima pagina. È una sofferenza silenziosa, da catena di montaggio, da ufficio acquisti, da capannone con la scritta «Fornitori Tier 1» che a nessuno interessa decifrare.