Un'asticella che si abbassa, anno dopo anno, sopra le emissioni delle fabbriche continentali, guidando l'Europa verso la neutralità climatica al 2050.
Il principio del 'chi inquina paga' su cui si fonda l'Ets, nuova frontiera dello scontro tra i Ventisette sul Green deal, tocca la grande industria e la produzione di energia.
Nato nel 2005 per attuare il protocollo di Kyoto, il più grande mercato della CO2 al mondo si basa su una logica di mercato: Bruxelles fissa un limite massimo alle emissioni complessive e lo riduce nel tempo, comprimendo il margine per inquinare.
Ogni tonnellata di CO2 emessa ha un prezzo: le imprese acquistano quote alle aste o ne ricevono una parte gratuitamente. A fine anno devono restituire un numero di quote pari alle emissioni effettive: l'eventuale surplus può essere rivenduto, mentre i deficit devono essere colmati sul mercato.
Il prezzo si forma quindi seguendo la logica della domanda e dall'offerta, trasformando le emissioni in un costo industriale strutturale. Le quote gratuite, destinate alle industrie energivore più esposte alla concorrenza internazionale - come acciaio, cemento e chimica - restano uno dei nodi più sensibili: servono a evitare la delocalizzazione (carbon leakage), ma saranno progressivamente ridotte fino alla loro eliminazione entro il 2034, in parallelo all'attuazione del meccanismo alle frontiere (Cbam). Il sistema delle aste per il resto dei settori continuerà invece fino al 2039.






