Per un insolito scherzo del destino, il vertice dei leader europei di questa settimana avrebbe dovuto essere dedicato al rilancio della competitività, e come rispondere alla sfida tecnologica fra Cina e Russia. La decisione di Donald Trump di muovere guerra all’Iran lo ha trasformato in un incontro di emergenza per evitare la recessione. Il prezzo del petrolio oscilla attorno cento dollari il barile, numeri che non si vedevano dal 2022, quando Vladimir Putin decise di aggredire l’Ucraina. Il gas ha superato i 50 euro a megawatt ora, ancora un sesto del prezzo raggiunto nell’estate di quell’anno, quando l’Europa dipendeva dal metano russo e superò i trecento.
Da allora molto è cambiato: l’Unione a ventisette comprava da Vladimir Putin il quaranta per cento del suo fabbisogno, oggi non più del dieci, e senza lo stop alla guerra sarà zero entro la fine del 2027. Un terzo della materia prima arriva dalla Norvegia, ma oltre la metà di tutto il gas liquefatto arriva in Europa via nave dagli Stati Uniti, diventato nel frattempo uno dei principali produttori mondiali. In sintesi, abbiamo sostituito parte della dipendenza verso Mosca con Washington.
Il metano liquido è diventata materia prima strategica. Non è un caso se i droni iraniani stanno prendendo di mira gli impianti di produzione nei Paesi del Golfo: questa settimana è stato attaccato il più grande al mondo a Ras Laffan, in Qatar. Da lì arriva quasi il cinque per cento del fabbisogno di gas europeo. E per inciso: mentre il prezzo del gas tradizionale trasportato via terra è calmierato e garantito dai contratti a lungo termine, quello venduto via nave e trasformato subisce molto di più le oscillazioni del mercato.













