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18 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 6:11
Suscita un certo straniamento vedere l’ex-magistrato simbolo di “Mani pulite” mentre riceve una standing ovation in una manifestazione per il Sì al referendum sulla legge costituzionale Nordio-Meloni. Antonio Di Pietro avrà certo le sue motivazioni, ideali o pragmatiche, per arruolarsi in uno schieramento affollato dai suoi storici arcinemici, acclamato dai pochi sopravvissuti e dai tanti eredi di quella classe politica che – se avesse avuto a proprio servizio quell’obbrobrio giuridico che è l’Alta Corte Disciplinare, come previsto dalla riforma – l’avrebbe fatto mettere alla sbarra per chissà quali infrazioni e severamente punito, coì da non interferire col saccheggio sistematico dei bilanci pubblici che i loro partiti avevano organizzato. Ci provarono anche allora, tra un tentativo abortito di “colpo di spugna” parlamentare e l’altro, ad avviare provvedimenti disciplinari contro i magistrati di punta del pool, tra cui lo stesso Di Pietro. Furono però archiviati o si risolsero in un nulla di fatto.
Precisamente a questo serve un Consiglio Superiore della Magistratura autonomo e indipendente da interferenze politiche, specie quando opera nella sua funzione sanzionatoria. E non a caso proprio quest’organo è il principale bersaglio della controriforma Nordio-Meloni, che lo “spacchetta” in tre sotto-entità frammentandone le funzioni, delegittimandone la composizione, svilendone il ruolo istituzionale.







