Andrea Dini era già finito nella bufera. Non esattamente per mare o meglio per oceano, a cui pure fin dagli anni Settanta ha ispirato la sua Paul & Shark dopo un viaggio nel Maine, illuminante ai fini aziendali. Ma per il (presunto) business attorno al Covid. Nel 2020 l’amministratore delegato di Dama spa, cognato del governatore lombardo Attilio Fontana, fu indagato in quella che giornalisticamente si ricorda ancora come la «vicenda dei camici». Ovvero: una fornitura di 75mila camici per medici e infermieri, 513mila euro di commessa, ordinata il 16 aprile 2020 in piena pandemia dalla centrale di Acquisti della Regione - la piattaforma Aria - direttamente, quindi senza gara, alla società Dama spa che produce proprio il marchio di abbigliamento Paul & Shark e appartiene per il 10 per cento, tramite la società Divadue srl, alla moglie del governatore Fontana, Roberta Dini, mentre il resto delle quote fa riferimento, tramite una fiduciaria svizzera, al fratello e cognato del governatore, Andrea Dini.
L’accusa, in sostanza, era che Fontana - pur non in rapporti descritti come idilliaci col cognato - gli avesse affidato un appalto saltando le formali trafile burocratiche, privilegiandolo in quanto parente. Più in gergo giudiziario, frode in pubbliche forniture. «È una donazione, non è un appalto», rispose Dini candidamente al citofono al giornalista di Report che sollevò la vicenda. Il governatore, sua moglie, il cognato del politico, una piccola dynasty di provincia, Varese. Finì, nel 2022, con un «non luogo a procedere perché il fatto non sussiste», un proscioglimento per tutti gli imputati. Ora però Dini è di nuovo indagato. In tutt’altro genere di questioni.











