Nella cosiddetta seconda Repubblica, cioè nell’Italia post 1992 i governi di centrodestra hanno avuto come presidenti del Consiglio i leader del loro schieramento: prima Silvio Berlusconi poi Giorgia Meloni. Il centro sinistra ha spesso, invece, puntato (talvolta anche con settori del centrodestra) su tecnici come Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Mario Monti e Mario Draghi. Oppure ha scelto politici capaci ma non proprio carismatici come Enrico Letta e Paolo Gentiloni.

Romano Prodi è stato due volte un presidente del Consiglio a metà tra il tecnico classico e il politico poco carismatico, di fatto imposto una volta da Massimo D’Alema che cercava una copertura al centro e un’altra da una Fiat (che allora controllava il Corriere della Sera e Confindustria) disperata sul come salvarsi. Ci sono stati, poi, anche i due governi guidati non da un tecnico ma da un superfurbastro come Giuseppe Conte. Solo due presidenti del Consiglio hanno avuto una vera investitura dal “popolo” del centrosinistra: D’Alema e Matteo Renzi. E in questo senso, oggi è interessante notare come la gran parte della squadra dalemiana a Palazzo Chigi (da Claudio Velardi a Fabrizio Rondolino, da Nicola Rossi a Marco Minniti fino a Giovanni Salvi e Andrea Romano) e di quella renziana (Ettore Rosato, Roberto Giacchetti, Luca Lotti, Pina Picierno, Carlo Calenda e soprattutto il grande stratega delle battaglie istituzionali, Stefano Ceccanti) sono impegnate a confermare con il “Sì” la legge Nordio sulla separazione delle carriere e per la costituzione di un’Alta corte disciplinare.