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17 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 16:47

Un solo audit nel 2023, nonostante tre dipendenti passassero spesso nella fabbrica di proprietà cinese alle quali era appaltata la produzione dei capi. Insomma, un “sistema fallace” e una “generalizzata carenza di modelli organizzativi” che ha generato “mancati controlli”, i quali “agevolano colposamente” lo sfruttamento scoperto dagli uomini della Guardia di Finanza nei capannoni di Garbagnate Milanese dove decine di operai cinesi cucivano i capi di Aspesi e di Paul Shark. Le due società alle quali sono riconducibili i marchi – Alberto Aspesi e Dama – sono finite sotto controllo giudiziario su disposizione dei pubblici ministeri Paolo Storari e Daniela Bartolucci. Una decisione che dovrà essere convalidata da un giudice nei prossimi giorni.

La sola Aspesi ha emesso fatture verso le due società “gemelle” al centro dell’inchiesta per un totale di oltre 5 milioni di euro tra il 2019 e i primi mesi di quest’anno. Sei anni di commesse durante i quali – secondo la ricostruzione della procura di Milano – è stato effettuato un solo audit, nel 2023. Eppure, almeno tre dipendenti di Aspesi mettevano molto spesso piene nell’opificio – dove gli operai lavoravano e vivevano in condizioni pietose, sfruttati, pagati una miseria e senza risposi. Stando alla ricostruzione dei magistrati, però, la loro attenzione era rivolta solo a controllo qualità, verifiche sui prodotti e faccende amministrative.