ROMA - «Intervenire sullo stretto di Hormuz vorrebbe dire oggettivamente fare un passo avanti verso il coinvolgimento» dell’Italia nel conflitto in Medio Oriente. «Quello che noi possiamo fare adesso è rafforzare la missione Aspides, quindi parliamo del Mar Rosso». Su Hormuz «chiaramente» ogni passo da compiere «è più impegnativo» con le bombe e i droni pronti a venire giù e a colpire. In sintesi, abbiamo le mani legate.
Giorgia Meloni torna a ribadirlo a favore di telecamere, in un’intervista di mezz’ora a Quarta Repubblica in cui solo una domanda verte sulla guerra che tiene il mondo con il fiato sospeso: «Il mio primo problema oggi», ammette la presidente del Consiglio, alle prese con le preoccupazioni per i militari italiani impegnati nell’area e per la corsa ai rincari che chiede risposte. A Bruxelles le richieste di aiuto Usa per scudare il canale di trasporto petrolifero più trafficato al mondo cadono nel vuoto. E stavolta non è la “pontiera” Giorgia Meloni a tendere la mano al tycoon.
L’Italia infatti non ci sarà. Nella lista che il segretario di Stato Usa Marco Rubio si appresta a snocciolare con i nomi dei Paesi che faranno parte della coalizione a guida americana per garantire la sicurezza dello stretto di Hormuz Roma non figurerà, in buona compagnia del resto d’Europa. È la linea che al Consiglio Affari esteri si intesta il ministro degli Antonio Tajani, di concerto con Palazzo Chigi. Rafforzare le missioni Aspides e Atalanta, dunque, ma senza allargarne il perimetro d’azione allo stretto di Hormuz: «hanno compiti una antipirateria e l'altra difensivo», ricorda il responsabile della Farnesina, rimarcando come «sarebbe complicato» modificarne gli obiettivi in corso d’opera.











