A inizio anni Novanta in pieno boom elettorale della Lega di Umberto Bossi, la sinistra si riversava nelle piazze urlando: «La democrazia è in pericolo. Torna il fascismo». Pochi anni dopo scese in campo Silvio Berlusconi, vinse a più riprese le elezioni nonostante la sinistra in piazza sbraitasse: «La democrazia è in pericolo. Torna il fascismo». Arriva il governo gialloverde di Lega e Cinquestelle e la sinistra che dice? Esatto: «La democrazia è in pericolo. Torna il fascismo». Salvo cambiare idea sui grillini una volta che ci si sono alleati per governare. Infine, siamo nel 2022, le elezioni le vince Giorgia Meloni e la sinistra da tre anni è in piazza a berciare su qualsiasi provvedimento di questo governo: «La democrazia è in pericolo. Torna il fascismo».

Nel frattempo sono passati trent’anni e la democrazia è sempre lì dove dovrebbe essere: al centro della scena politica. Con buona pace di tutti quelli che sul pericolo fascismo ci hanno costruito un business che vale parecchi zeri. Giunti alla settimana finale di campagna referendaria, quale sarà mai il grido lanciato dalla sinistra per dire “No” al quesito? Ovviamente che «la democrazia è in pericolo. Torna il fascismo». Lo hanno berciato anche ieri nelle piazze e nei teatri. A partire dal gran capo del sindacato rosso Maurizio Landini, che ha spiegato: «L’oggetto vero di questo referendum non è la riforma della giustizia. La cosa vera è che qui c’è un attacco all’indipendenza e all’autonomia della magistratura». Il segretario generale della Cgil, poi, ha anche attaccato il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Trovo singolare che chi ha invitato la gente a non andare a votare al referednum che ha fatto la Cgil qualche mese fa, ora lo faccia». Quel che Landini omette di dire è che il suo di referendum per essere valido avrebbe dovuto raggiungere il quorum del 50%. In questo, invece, il quorum non c’è e dunque la strategia, anche politica, è totalmente differente.