All'ingresso nel mondo del lavoro la parità di genere sembra iniziare ad avvicinarsi. Ma salendo lungo la scala gerarchica qualcosa si inceppa. Le donne sono quasi equamente rappresentate nella forza lavoro rispetto agli uomini, ma la leadership femminile fatica a raggiungere i vertici aziendali, creando un divario che si amplia con l’esperienza e la seniority.È il paradosso che emerge dall'Economic Graph di LinkedIn, che analizza l'evoluzione del ruolo delle donne nel mercato del lavoro italiano e globale. La fotografia mostra un sistema a due velocità: se tra le nuove generazioni il gender gap si riduce, le disuguaglianze si ampliano con l'età, l'esperienza e il passaggio ai livelli più alti della carriera.In parallelo, la diffusione dell'intelligenza artificiale rischia di amplificare ulteriormente i divari già esistenti, soprattutto per le generazioni più mature.Le donne italiane sono quasi la metà della forza lavoro, ma pochissime al verticeNegli ultimi anni la partecipazione femminile al lavoro in Italia è cresciuta, avvicinandosi sempre più alla auspicata parità di genere. Oggi le donne rappresentano il 48% della forza lavoro, una quota stabile e in aumento rispetto al 45% registrato nel 2015.Il problema emerge però quando si osservano i livelli più alti delle organizzazioni. Solo il 31% dei ruoli di top leadership è ricoperto da donne. Dopo anni di progressi costanti, il tasso medio annuo di aumento della presenza femminile nella leadership è infatti sceso allo 0,2% tra il 2022 e il 2025, contro lo 0,7% registrato nel periodo 2015-2022.La perdita di rappresentanza si manifesta infatti chiaramente osservando i passaggi di carriera. In Italia la presenza femminile è al 51% nei ruoli entry-level, ma scende al 36% al primo livello manageriale, fino ad arrivare al 27% nei ruoli C-Suite, ovvero le posizioni di vertice aziendale come amministratore delegato, direttore finanziario o responsabile operativo. In termini concreti significa che una giovane professionista che entra oggi nel mercato del lavoro con qualifiche e ambizioni simili a quelle dei colleghi uomini ha meno probabilità, nel tempo, di arrivare nei luoghi dove si prendono le decisioni.Il divario cresce (invece di ridursi) con l'età e l'esperienza“C’è un aspetto che i dati ci raccontano in modo molto chiaro: il gender gap non nasce all’improvviso, ma si accumula nel tempo”, spiega Olga Farreras Casado, Career Expert di LinkedIn Italia. Secondo gli esperti, infatti, il gender gap non nasce improvvisamente ai vertici ma si accumula nel corso della vita professionale.“Se guardiamo alle transizioni verso ruoli più senior, in Italia il divario cresce con il numero di anni di esperienza professionale: dal 5% per la Gen Z, al 9% per Millennials e Gen X, fino al 18% per i Baby Boomer”.Secondo Farreras Casado, il fatto che il divario sia più ridotto all’ingresso nel mondo del lavoro è un segnale positivo, ma non sufficiente: “È incoraggiante vedere che all’ingresso nel mondo del lavoro la distanza si sia accorciata, ma la vera sfida è garantire pari opportunità di crescita nel lungo periodo. Senza un impegno costante lungo tutto il percorso professionale, la vicina parità iniziale rischia di non tradursi in una leadership equilibrata”.Inoltre, un altro fattore strutturale che contribuisce al divario riguarda le interruzioni di carriera. A livello globale, il 34% delle donne indica la genitorialità a tempo pieno come principale motivo di pausa lavorativa, contro il 7% degli uomini. Differenze che nel lungo periodo si traducono in minore continuità professionale, meno esperienza accumulata e un accesso più difficile alle posizioni senior. Il tema resta particolarmente rilevante anche nel dibattito politico italiano. Nelle scorse settimane, infatti, è stata bocciata la proposta di introdurre un congedo parentale paritario che avrebbe esteso fino a cinque mesi il congedo retribuito per entrambi i genitori con retribuzione garantita del 100% dello stipendi, superando l’attuale sistema che per i padri prevede solo dieci giorni obbligatori. Il provvedimento è stato fermato per problemi di copertura finanziaria, ma secondo molti osservatori misure di questo tipo potrebbero contribuire a distribuire in modo più equilibrato il carico di cura e ridurre l’impatto della genitorialità sulle carriere femminili.L'intelligenza artificiale rischia di ampliare il gapLa frenata della leadership femminile coincide con la crescente diffusione dell’intelligenza artificiale, che sta trasformando ruoli e competenze.Secondo l’Economic Graph di LinkedIn, in collaborazione con il World Economic Forum, nel 2025 il divario nelle competenze legate all’AI era significativo. In media, nelle 75 economie analizzate, gli uomini che hanno dichiarato skill di AI Engineering su LinkedIn erano circa il doppio delle donne.Le donne rappresentano il 29% a livello globale e il 35% in Italia di chi indica queste competenze. Se però si considerano anche le competenze dedotte dai profili LinkedIn, la quota femminile sale al 38% nel mondo e al 45% in Italia, mostrando che molte donne possiedono già le competenze richieste, ma non le dichiarano formalmente.Chi beneficia davvero della rivoluzione dell’AIIl divario non riguarda solo le competenze, ma anche i ruoli occupati. Tra chi non possiede skill legate all’AI, le donne sono più spesso impiegate in lavori che la GenAI rischia di trasformare o automatizzare, con una percentuale del 38% rispetto al 31% degli uomini a livello globale. Tra coloro che invece hanno competenze AI, prevalgono i cosiddetti ruoli “augmented”, in cui l’AI aumenta produttività e valore del lavoro. Anche in questi casi il vantaggio resta maschile: il 65% degli uomini lavora in queste posizioni contro il 57% delle donne.Nei momenti di transizione professionale, la differenza si conferma. Nel 2025, tra chi ha lasciato ruoli soggetti alla rivoluzione della GenAI, il 19% degli uomini contro il 17% delle donne ha trovato un nuovo lavoro potenziato dall’AI. In Italia questo divario è ancora più evidente: 17% degli uomini contro 14% delle donne.In altre parole, gli uomini riescono più spesso a trasformare l’adozione dell’AI in un’accelerazione di carriera, accedendo a ruoli con maggiore visibilità, opportunità di leadership e possibilità di upskilling, mentre le donne restano più spesso in traiettorie professionali a rischio automazione. Uno squilibrio che rischia di consolidarsi soprattutto per le generazioni più mature, creando un doppio svantaggio: minore accesso ai ruoli potenziati dall’AI e minore presenza nei livelli decisionali dove si definiscono strategie e investimenti tecnologici.