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Nel Sei Nazioni maschile di rugby l’Italia arriva da una delle vittorie più importanti della sua storia, contro l’Inghilterra. Sabato giocherà in Galles una partita in cui – cosa rara – sarà la favorita, con la possibilità di chiudere il suo miglior Sei Nazioni di sempre, il torneo a cui partecipa dal 2000 dopo essersi aggiunta a Inghilterra, Irlanda, Scozia, Galles e Francia, le squadre europee con più storia e con i migliori giocatori, che giocavano fino ad allora nel Cinque Nazioni.
Dopo la vittoria con l’Inghilterra si è accentuato l’entusiasmo che già da un paio di anni era ripartito, grazie a prestazioni e vittorie. I recenti risultati della Nazionale di rugby non sembrano un caso: ci sono un ottimo allenatore, un gruppo giovane e affiatato, e una squadra con alcune eccellenze e tante ottime alternative in quasi ogni ruolo. È una squadra che a volte, come contro l’Inghilterra, ha vinto pur sbagliando tanto e non giocando bene: un segno di maturità e forza, dopo tanti anni in cui vincere, per l’Italia, significava fare partite eccezionali e impeccabili, contro i pronostici e sopra le proprie possibilità.
È però interessante guardare come era messa l’Italia fino a un paio di anni fa, quando le vittorie erano una rarità e le critiche tante e spesso pesanti. Prima di arrivare dov’è ora, tra gli elogi dei giornali britannici e i complimenti degli allenatori avversari, l’Italia è passata da anni e da decine di partite senza una vittoria al Sei Nazioni, con giornalisti stranieri che ne chiedevano l’esclusione dal torneo (secondo qualcuno un Cinque Nazioni e Mezzo) e allenatori avversari che la consideravano una squadra contro cui andare a fare punti sicuri, magari anche facendo riposare un po’ i giocatori più determinanti.













